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Antonio Marchetti: "Campi", carboncino su carta, 1999/2000

 

Stefano Levi Della Torre

Sappiamo ma non conosciamo...

C'era un basso muro grigio, di pietra o forse di blocchi di cemento; al di sopra, una caligine scura. Dal muro una mano magra, allungata, scendeva lentamente quasi fino a terra, ma il corpo non si vedeva, era al di là del muro: ricordo di aver fatto per due volte questo sogno quando ero bambino; mi aveva impressionato non solo per la scena, ma anche per la sua singolare mancanza di colore. Era grigio, senza forti contrasti. A quel tempo eravamo sfollati sulla Serra di Ivrea, con falso nome per sfuggire alle persecuzioni antisemite. Mentre sognavo era in corso lo sterminio nei Lager, ma sarebbe presuntuoso pensare che quello fosse un sogno veggente. Era piuttosto un incubo infantile. Ora mi sorprende la sua consonanza con questi disegni di Antonio Marchetti, coi loro grigi a carbone e i segni prosciugati fino al simbolo: le "casette" recluse entro un recinto che sappiamo elettrificato evocano un falso riparo e una falsa intimità: sotto i tetti infantilmente spioventi sono i blocchi del Lager, i forni crematori, le camere a gas.




Noi che non abbiamo vissuto esperienze estreme sappiamo ma non conosciamo quella fame e quella sete, il soffocamento di gente stipata nei vagoni piombati e nelle camere a gas, il lavoro schiavo fino all'esaurimento e alla morte, la tortura senza scampo; non conosciamo gli odori del Lager, né il gelo senza riparo, né il rigore mortale di un ordine insensato, né il terrore d'ogni minuto; sappiamo ma non conosciamo la solitudine nella massa non solidale delle vittime, dove nemico al recluso era anche l'altro recluso: "Il mondo in cui ci si sentiva precipitati - scriveva Primo Levi ne I sommersi e i salvati - era sì terribile ma anche indecifrabile: non era conforme a nessun modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il "noi" perdeva i suoi confini , i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno". Ma questa difficoltà di distinguere il bene dal male non si pone solo fra ciascuno e ciascuno, ma anche all'interno di ciascuno: è il problema del senso di colpa del sopravvissuto che sospetta di essere vivo invece di altri, d'avere, nel sopravvivere, soppiantato gli altri, singoli o innumerevoli, e perciò nega a se stesso l'innocenza. La vittima era tale non per colpa, e tuttavia non risulta innocente, perché implicata nella stessa storia del carnefice: entrambi partecipi della stessa sostanza umana, entrambi possibilità contigue dell'umano. "I giusti tra noi (...) hanno provato rimorso per la colpa che altri e non loro avevano commesso, in cui si sono trovati coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro ed in loro presenza, ed in loro, era irrevocabile (...); avrebbe dimostrato che l'uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore: basta non vedere, non ascoltare, non fare". Chi di noi può dire come si sarebbe comportato, come si comporterebbe se cause di forza maggiore e le proprie scelte o non scelte lo buttassero sul versante dei perseguitati o su quello dei persecutori? Sarà la ragione a guidare? Ma la deportazione, il Lager, lo sterminio erano organizzati razionalmente; i compromessi col potere e con le circostanze non mancano di razionalità, di calcolo. E' il presupposto perverso ad essere irrazionale, se irrazionale è l'ossessione nazista (o anche solo etnico-nazionalista) per lo "spazio vitale". Eppure ci sono processi come l'aumento della popolazione, la precarietà delle risorse idriche, dell'aria, del suolo che sembrano crescere in modo illimitato in un ambito costante: costante è infatti il raggio della Terra. Quali gruppi umani sarebbero degni di vivere e quali no, chi debba essere escluso e chi incluso negli spazi fisici, economici, dei diritti, della stessa vita è una questione che si è posta di continuo nel corso della storia, accendendo conflitti atroci. Lo sterminio tecnologico e amministrativo potrà in futuro sembrare a qualcuno una soluzione razionale, ed Auschwitz un'anticipazione profetica. Ci guiderà la memoria? Giustamente esaltiamo la memoria contro l'oblìo. Eppure il ricordo di quanto era avvenuto nei secoli - i roghi, le espulsioni, i progrom... - convinse molti che il nazismo rappresentasse una manifestazione aggravata di barbarie passate. Ma non era soltanto così. La "soluzione finale", il genocidio, per troppo tempo non venne creduto da molti perché nessuna memoria ne forniva l'esempio. La memoria infatti è anche pre-giudizio. Ci aiuta a prevedere il prevedibile e in ciò è rassicurante; ma può ostacolare la percezione dell'imprevisto, e in ciò è ingannevole. Contro le fedi feroci, la fede nella memoria di quanto è avvenuto "affinché non si ripeta" non è adeguata se non è anche memoria dell'imprevedibile, coscienza del fatto che la storia non cesserà di coglierci di sorpresa, nel bene e nel male.




Sappiamo molto dei Lager, è uno dei fatti storici più documentati, eppure resta una delle esperienze più incomunicabili. E' un altro mondo rispetto al nostro. Il testimone si è assunto il compito di tradurre nel nostro linguaggio civile quell'altro mondo e quell'altro linguaggio. Due universi che si escludono - la nostra esistenza e quella del Lager - pure ci si presentano l'uno come una possibilità dell'altro: dopo Auschwitz si è tornati alla civiltà, ma Auschwitz è stato partorito dalla civiltà, ha dimostrato di esserne un esito possibile: "è stato introdotto irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono", scrive Primo Levi, e poiché è successo può di nuovo succedere. L'abbiamo visto, in altri luoghi e in altri termini. Ma la difficoltà di attraversare quel confine tra universi incompatibili non è solo nostra, è avvertita dagli stessi testimoni. Ce lo dice Primo Levi, che a pochi mesi dal suo ritorno da Auschwitz scrive in Se questo è un uomo: "Oggi, questo vero oggi, in cui sto seduto al tavolo e scrivo, io stesso non sono convinto che queste cose sono realmente accadute". Questo vero oggi... Eppure, alla fine de La tregua è l'oggi ad apparire all'improvviso illusorio in una visione ricorrente nel sogno: "Sono di nuovo in Lager, e nulla è vero al di fuori del Lager. Il resto era breve vacanza o inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa (...) Odo risuonare una voce ben nota; una sola parola, non imperiosa, anzi breve e sommessa. E' il comando dell'alba in Auschwitz, una parola straniera, temuta e attesa: alzarsi, "Wstawac´". Così finisce, di nuovo ad Auschwitz, il racconto del ritorno. Il ritorno non è che una tregua. Attraverso il sogno cogliamo la terribile trasfigurazione del bene e del male, l'ombra di Auschwitz dietro il "vero oggi", l'evanescenza dell'oggi nell'incubo di Auschwitz. Il molto che sappiamo su quello e su altri sterminî non ce ne danno però la sensazione: siamo consapevoli ma ne restiamo estranei, o per difenderci dall'angoscia, o più semplicemente per impossibilità di comprendere l'estremo. Forse ciò che ce ne può dare un'impressione più intima viene dai nostri incubi infantili, dal risvegliare in noi l'angoscia di cui è capace un bambino quando immagina nel buio ogni possibile terrore, ogni possibile trasfigurazione di ciò che è familiare e sicuro in qualcosa di estraneo e tremendo. Il vicino che diventa inaspettatamente un nemico mortale, un popolo entro cui si è vissuto che diventa persecutore, una terra e una città che d'un tratto diventano aggressive: mutazioni che hanno accompagnato le stragi nel passato e nel presente. Anche l'arte fatica a rappresentare l'orrore di simili trasfigurazioni: non ci riesce Picasso in Guernica, dove nulla è sfuggente, tutto è in luce teatrale e manca l'angoscia del mutare perché tutto è già mutato. Ci riescono Goya, o Otto Dix nei suoi disegni sulla prima guerra mondiale. Perché non basta lo spettacolo orribile a coinvolgerci nella tragedia; è piuttosto qualcosa di insinuante e indicibile a far sì che il fatto ci attraversi, e tocchi dentro di noi quello che nella prima angoscia di esistere e sopravvivere abbiamo intuito, fin dall'infanzia, come faccia in ombra di ciò che è normale, o possibilità immanente d'un rovesciamento del mondo, d'una trasfigurazione in dolore e disfacimento di ciò che è vivo.



Virginia Cardi

Altri sguardi.

Unità minima dell'esistenza: il campo. Il sedime del campo é fatto di terra e di gesti . Archetipo di ogni comportamento é luogo ove si fissano necessità primarie; geografia essenziale nella quale il territorio, fatto di molteplici aggregazioni, si rifrange e si compone. A partire dalla sua forma quadrata o rettangolare, da questa figura regolare, le civiltà al loro nascere stabilirono leggi, fissarono divieti. Nel campo le regole si posero di necessità, a suggello dei suoi assi che uniscono opposti, che legano ciò che è separato, gli estremi del mondo. Entro i suoi confini, i suoi limiti, sorsero consuetudini civili. E confine fu il solco dell'aratro, segno che scandisce il dentro e il fuori, il sopra e il sotto. La liminarià ne è un carattere peculiare; soltanto dopo aver stabilito quei limiti vennero fondati templi, case, poi, città. Il campo, piccolo pezzo di terra, é sintesi di bisogni alimentari, di convenzioni rituali, in cui la vita nella sua temibile ciclicità é esemplata, fin nei suoi contrari: del campo si raccoglievano i frutti , nel campo si raccoglievano in povere sepolture anche spoglie mortali. I campi di Marchetti, intrisi di nero, graffiti sulla materia atemporale della pietra sono simboli, ritrovati nell'attualità del nostro pensare. Il campo adagiato sulla pietra si apre e si chiude intorno a temi antichi e nuovi. Mi pare che nell'immagine arcaica di cui si ragiona, Marchetti nello scandaglio di temi desueti, articoli come gli è abituale, un discorso. Pronunci un desiderio, vero slancio verso le stelle, quando i suoi campi sono inclinati ad accogliere qualche solitaria cometa, dove i notturni stellati abbracciano nel ricordo memorie leopardiane e visioni vangoghiane. Là erano tuffi estatici del poeta errante nella bellezza senza ragione, eppur palpitante della natura; lì una volontà di rifondazione di sé, si fissava nell'instancabile gesto del seminatore. Ma, si sa, nei poeti e negli artisti, le immagini perdono diritti di proprietà e vivono una loro vita, aprendo con un battito d'ali a nuovi sogni. Questi campi che par si librino in aria, sospinti da una qualche sete di ancestralità, sono altrove bagnati di dolore. Il campo recintato devia da metafore felici e conduce ad un altro immaginario. Le regole di definizione del territorio, l'impianto della divisione/separazione, normati da imperativi di individuazione, di appartenenza ci fanno ragionare; pongono altri significati ai quali Marchetti ci introduce. I campi intesi comeorti-giardini nelle loro implicazioni semantiche di aperture, di orizzonti, ove nascono soli, - nell' orto si inflette l'idea di una nascita , di una ciclicità del giorno -, si intercalano ad altri campi. Non più luoghi di lavoro e di scambio, non più spazi dove la gente conveniva a scambiare cose e pensieri - così come ancora oggi certe piazze portano questo nome- ma luoghi di segregazione, di deprivazione delle libertà. Marchetti affronta la questione di questo delicato e spesso mancato distinguo, e i fraintendimenti che ne conseguono, ben radicati nelle mentalità e nelle istituzioni: le funzioni di limite, di soglia propri del campo, e quelli di reclusione propri del recinto. Mentre mura e porte proteggono, contengono, e soprattutto accolgono qualora si rispettino i genius loci; i recinti relegano forzosamente, sono ambiti in cui l'alterità è condotta, l'identità é sospesa, fin dentro i diritti della civiltà e dell'umano. Spostando il discorso verso queste idee, Marchetti anche alla luce di autori e letture a lui care, da Foucault ad Agamben, costruisce il simbolo intorno a questioni cruciali dei nostri tempi. La domanda che rintocca mi pare essere questa: è proprio vero che la pratica della reclusione nelle sue manifestazioni più varie sia propria di un passato lontano? O in realtà sia solo abilmente mascherata nelle maglie delle società contemporanee, in apparenza accondiscendenti e democratiche? Sebbene le democrazie in Europa si mostrino sempre più multietniche, pluraliste, vecchi e nuovi sistemi di negazione dell'alterità si stanno configurando nel sociale. Il filo spinato che sinistramente si tende intorno alle case di certi carboncini dell'artista non evoca soltanto le vicende più eclatanti della storia del presente ma allude sottilmente a microstorie del quotidiano, alla nostra intimità violata, alla condizione di uno spaesamento divenuta perdurante e molto spesso non consapevole. Interessanti i paesaggi nei quali Marchetti ambienta il suo abitare solitario, spazi vuoti, che sembrano diventare anche per una certa incidenza della luce, superfici lunari. Segno forse di una voglia di andar via, o di un sguardo a distanza, a cui l'arte, oggi, dovrebbe mirare.



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