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Stefano Levi Della Torre Sappiamo ma non conosciamo... C'era
un basso muro grigio, di pietra o forse di blocchi di cemento; al
di sopra, una caligine scura. Dal muro una mano magra, allungata,
scendeva lentamente quasi fino a terra, ma il corpo non si vedeva,
era al di là del muro: ricordo di aver fatto per due volte questo
sogno quando ero bambino; mi aveva impressionato non solo per la scena,
ma anche per la sua singolare mancanza di colore. Era grigio, senza
forti contrasti. A quel tempo eravamo sfollati sulla Serra di Ivrea,
con falso nome per sfuggire alle persecuzioni antisemite. Mentre sognavo
era in corso lo sterminio nei Lager, ma sarebbe presuntuoso pensare
che quello fosse un sogno veggente. Era piuttosto un incubo infantile.
Ora mi sorprende la sua consonanza con questi disegni di Antonio Marchetti,
coi loro grigi a carbone e i segni prosciugati fino al simbolo: le
"casette" recluse entro un recinto che sappiamo elettrificato evocano
un falso riparo e una falsa intimità: sotto i tetti infantilmente
spioventi sono i blocchi del Lager, i forni crematori, le camere a
gas.
Noi
che non abbiamo vissuto esperienze estreme sappiamo ma non conosciamo
quella fame e quella sete, il soffocamento di gente stipata nei vagoni
piombati e nelle camere a gas, il lavoro schiavo fino all'esaurimento
e alla morte, la tortura senza scampo; non conosciamo gli odori del
Lager, né il gelo senza riparo, né il rigore mortale di un ordine insensato,
né il terrore d'ogni minuto; sappiamo ma non conosciamo la solitudine
nella massa non solidale delle vittime, dove nemico al recluso era anche
l'altro recluso: "Il mondo in cui ci si sentiva precipitati - scriveva
Primo Levi ne I sommersi e i salvati - era sì terribile ma anche indecifrabile:
non era conforme a nessun modello, il nemico era intorno ma anche dentro,
il "noi" perdeva i suoi confini , i contendenti non erano due, non si
distingueva una frontiera ma molte e confuse, forse innumerevoli, una
fra ciascuno e ciascuno". Ma questa difficoltà di distinguere il bene
dal male non si pone solo fra ciascuno e ciascuno, ma anche all'interno
di ciascuno: è il problema del senso di colpa del sopravvissuto che
sospetta di essere vivo invece di altri, d'avere, nel sopravvivere,
soppiantato gli altri, singoli o innumerevoli, e perciò nega a se stesso
l'innocenza. La vittima era tale non per colpa, e tuttavia non risulta
innocente, perché implicata nella stessa storia del carnefice: entrambi
partecipi della stessa sostanza umana, entrambi possibilità contigue
dell'umano. "I giusti tra noi (...) hanno provato rimorso per la colpa
che altri e non loro avevano commesso, in cui si sono trovati coinvolti,
perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro ed in loro presenza,
ed in loro, era irrevocabile (...); avrebbe dimostrato che l'uomo, il
genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire
una mole infinita di dolore: basta non vedere, non ascoltare, non fare".
Chi di noi può dire come si sarebbe comportato, come si comporterebbe
se cause di forza maggiore e le proprie scelte o non scelte lo buttassero
sul versante dei perseguitati o su quello dei persecutori? Sarà la ragione
a guidare? Ma la deportazione, il Lager, lo sterminio erano organizzati
razionalmente; i compromessi col potere e con le circostanze non mancano
di razionalità, di calcolo. E' il presupposto perverso ad essere irrazionale,
se irrazionale è l'ossessione nazista (o anche solo etnico-nazionalista)
per lo "spazio vitale". Eppure ci sono processi come l'aumento della
popolazione, la precarietà delle risorse idriche, dell'aria, del suolo
che sembrano crescere in modo illimitato in un ambito costante: costante
è infatti il raggio della Terra. Quali gruppi umani sarebbero degni
di vivere e quali no, chi debba essere escluso e chi incluso negli spazi
fisici, economici, dei diritti, della stessa vita è una questione che
si è posta di continuo nel corso della storia, accendendo conflitti
atroci. Lo sterminio tecnologico e amministrativo potrà in futuro sembrare
a qualcuno una soluzione razionale, ed Auschwitz un'anticipazione profetica.
Ci guiderà la memoria? Giustamente esaltiamo la memoria contro l'oblìo.
Eppure il ricordo di quanto era avvenuto nei secoli - i roghi, le espulsioni,
i progrom... - convinse molti che il nazismo rappresentasse una manifestazione
aggravata di barbarie passate. Ma non era soltanto così. La "soluzione
finale", il genocidio, per troppo tempo non venne creduto da molti perché
nessuna memoria ne forniva l'esempio. La memoria infatti è anche pre-giudizio.
Ci aiuta a prevedere il prevedibile e in ciò è rassicurante; ma può
ostacolare la percezione dell'imprevisto, e in ciò è ingannevole. Contro
le fedi feroci, la fede nella memoria di quanto è avvenuto "affinché
non si ripeta" non è adeguata se non è anche memoria dell'imprevedibile,
coscienza del fatto che la storia non cesserà di coglierci di sorpresa,
nel bene e nel male.
Sappiamo
molto dei Lager, è uno dei fatti storici più documentati, eppure resta
una delle esperienze più incomunicabili. E' un altro mondo rispetto
al nostro. Il testimone si è assunto il compito di tradurre nel nostro
linguaggio civile quell'altro mondo e quell'altro linguaggio. Due
universi che si escludono - la nostra esistenza e quella del Lager
- pure ci si presentano l'uno come una possibilità dell'altro: dopo
Auschwitz si è tornati alla civiltà, ma Auschwitz è stato partorito
dalla civiltà, ha dimostrato di esserne un esito possibile: "è stato
introdotto irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono", scrive
Primo Levi, e poiché è successo può di nuovo succedere. L'abbiamo
visto, in altri luoghi e in altri termini. Ma la difficoltà di attraversare
quel confine tra universi incompatibili non è solo nostra, è avvertita
dagli stessi testimoni. Ce lo dice Primo Levi, che a pochi mesi dal
suo ritorno da Auschwitz scrive in Se questo è un uomo: "Oggi, questo
vero oggi, in cui sto seduto al tavolo e scrivo, io stesso non sono
convinto che queste cose sono realmente accadute". Questo vero oggi...
Eppure, alla fine de La tregua è l'oggi ad apparire all'improvviso
illusorio in una visione ricorrente nel sogno: "Sono di nuovo in Lager,
e nulla è vero al di fuori del Lager. Il resto era breve vacanza o
inganno dei sensi, sogno: la famiglia, la natura in fiore, la casa
(...) Odo risuonare una voce ben nota; una sola parola, non imperiosa,
anzi breve e sommessa. E' il comando dell'alba in Auschwitz, una parola
straniera, temuta e attesa: alzarsi, "Wstawac´". Così finisce, di
nuovo ad Auschwitz, il racconto del ritorno. Il ritorno non è che
una tregua. Attraverso il sogno cogliamo la terribile trasfigurazione
del bene e del male, l'ombra di Auschwitz dietro il "vero oggi", l'evanescenza
dell'oggi nell'incubo di Auschwitz. Il molto che sappiamo su quello
e su altri sterminî non ce ne danno però la sensazione: siamo consapevoli
ma ne restiamo estranei, o per difenderci dall'angoscia, o più semplicemente
per impossibilità di comprendere l'estremo. Forse ciò che ce ne può
dare un'impressione più intima viene dai nostri incubi infantili,
dal risvegliare in noi l'angoscia di cui è capace un bambino quando
immagina nel buio ogni possibile terrore, ogni possibile trasfigurazione
di ciò che è familiare e sicuro in qualcosa di estraneo e tremendo.
Il vicino che diventa inaspettatamente un nemico mortale, un popolo
entro cui si è vissuto che diventa persecutore, una terra e una città
che d'un tratto diventano aggressive: mutazioni che hanno accompagnato
le stragi nel passato e nel presente. Anche l'arte fatica a rappresentare
l'orrore di simili trasfigurazioni: non ci riesce Picasso in Guernica,
dove nulla è sfuggente, tutto è in luce teatrale e manca l'angoscia
del mutare perché tutto è già mutato. Ci riescono Goya, o Otto Dix
nei suoi disegni sulla prima guerra mondiale. Perché non basta lo
spettacolo orribile a coinvolgerci nella tragedia; è piuttosto qualcosa
di insinuante e indicibile a far sì che il fatto ci attraversi, e
tocchi dentro di noi quello che nella prima angoscia di esistere e
sopravvivere abbiamo intuito, fin dall'infanzia, come faccia in ombra
di ciò che è normale, o possibilità immanente d'un rovesciamento del
mondo, d'una trasfigurazione in dolore e disfacimento di ciò che è
vivo.
Virginia Cardi Altri sguardi.
Unità
minima dell'esistenza: il campo. Il sedime del campo é fatto di terra
e di gesti . Archetipo di ogni comportamento é luogo ove si fissano
necessità primarie; geografia essenziale nella quale il territorio,
fatto di molteplici aggregazioni, si rifrange e si compone. A partire
dalla sua forma quadrata o rettangolare, da questa figura regolare,
le civiltà al loro nascere stabilirono leggi, fissarono divieti. Nel
campo le regole si posero di necessità, a suggello dei suoi assi che
uniscono opposti, che legano ciò che è separato, gli estremi del mondo.
Entro i suoi confini, i suoi limiti, sorsero consuetudini civili.
E confine fu il solco dell'aratro, segno che scandisce il dentro e
il fuori, il sopra e il sotto. La liminarià ne è un carattere peculiare;
soltanto dopo aver stabilito quei limiti vennero fondati templi, case,
poi, città. Il campo, piccolo pezzo di terra, é sintesi di bisogni
alimentari, di convenzioni rituali, in cui la vita nella sua temibile
ciclicità é esemplata, fin nei suoi contrari: del campo si raccoglievano
i frutti , nel campo si raccoglievano in povere sepolture anche spoglie
mortali. I campi di Marchetti, intrisi di nero, graffiti sulla materia
atemporale della pietra sono simboli, ritrovati nell'attualità del
nostro pensare. Il campo adagiato sulla pietra si apre e si chiude
intorno a temi antichi e nuovi. Mi pare che nell'immagine arcaica
di cui si ragiona, Marchetti nello scandaglio di temi desueti, articoli
come gli è abituale, un discorso. Pronunci un desiderio, vero slancio
verso le stelle, quando i suoi campi sono inclinati ad accogliere
qualche solitaria cometa, dove i notturni stellati abbracciano nel
ricordo memorie leopardiane e visioni vangoghiane. Là erano tuffi
estatici del poeta errante nella bellezza senza ragione, eppur palpitante
della natura; lì una volontà di rifondazione di sé, si fissava nell'instancabile
gesto del seminatore. Ma, si sa, nei poeti e negli artisti, le immagini
perdono diritti di proprietà e vivono una loro vita, aprendo con un
battito d'ali a nuovi sogni. Questi campi che par si librino in aria,
sospinti da una qualche sete di ancestralità, sono altrove bagnati
di dolore. Il campo recintato devia da metafore felici e conduce ad
un altro immaginario. Le regole di definizione del territorio, l'impianto
della divisione/separazione, normati da imperativi di individuazione,
di appartenenza ci fanno ragionare; pongono altri significati ai quali
Marchetti ci introduce. I campi intesi comeorti-giardini nelle loro
implicazioni semantiche di aperture, di orizzonti, ove nascono soli,
- nell' orto si inflette l'idea di una nascita , di una ciclicità
del giorno -, si intercalano ad altri campi. Non più luoghi di lavoro
e di scambio, non più spazi dove la gente conveniva a scambiare cose
e pensieri - così come ancora oggi certe piazze portano questo nome-
ma luoghi di segregazione, di deprivazione delle libertà. Marchetti
affronta la questione di questo delicato e spesso mancato distinguo,
e i fraintendimenti che ne conseguono, ben radicati nelle mentalità
e nelle istituzioni: le funzioni di limite, di soglia propri del campo,
e quelli di reclusione propri del recinto. Mentre mura e porte proteggono,
contengono, e soprattutto accolgono qualora si rispettino i genius
loci; i recinti relegano forzosamente, sono ambiti in cui l'alterità
è condotta, l'identità é sospesa, fin dentro i diritti della civiltà
e dell'umano. Spostando il discorso verso queste idee, Marchetti anche
alla luce di autori e letture a lui care, da Foucault ad Agamben,
costruisce il simbolo intorno a questioni cruciali dei nostri tempi.
La domanda che rintocca mi pare essere questa: è proprio vero che
la pratica della reclusione nelle sue manifestazioni più varie sia
propria di un passato lontano? O in realtà sia solo abilmente mascherata
nelle maglie delle società contemporanee, in apparenza accondiscendenti
e democratiche? Sebbene le democrazie in Europa si mostrino sempre
più multietniche, pluraliste, vecchi e nuovi sistemi di negazione
dell'alterità si stanno configurando nel sociale. Il filo spinato
che sinistramente si tende intorno alle case di certi carboncini dell'artista
non evoca soltanto le vicende più eclatanti della storia del presente
ma allude sottilmente a microstorie del quotidiano, alla nostra intimità
violata, alla condizione di uno spaesamento divenuta perdurante e
molto spesso non consapevole. Interessanti i paesaggi nei quali Marchetti
ambienta il suo abitare solitario, spazi vuoti, che sembrano diventare
anche per una certa incidenza della luce, superfici lunari. Segno
forse di una voglia di andar via, o di un sguardo a distanza, a cui
l'arte, oggi, dovrebbe mirare.
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