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"Savinio Green Room"

 


Antonio Marchetti: "Camera Verde Savinio da viaggio", 1998

 

Antonio Marchetti

Tre parole su Alberto Savinio in forma d'introduzione. (1999)


(dal libro: "Alberto Savinio, intrattenimento", edizioni Pendragon, Bologna. Testi di: Marco Biraghi, Silvia Pegoraro, Alessandro Tinterri, Claudio Spadoni

"E' per questo felice stupore, per questo loro presentarsi inaspettate e nuove, per questo venirmi incontro come da un altro mondo, che prima di farsi amare da altri le mie opere si fanno amare da me; prima di divertire altri esse divertono me..."
( Alberto Savinio, Casa "la vita").

Intelligenza.
Comunemente si crede che l'intelligenza sia una risorsa. Non sempre è così. La nostra contemporaneità sembra a volte preferire all'intelligenza una più confortevole, disponibile e plastica bêtise, una funzionale stupidità che ama coricarsi sul comodo letto ortopedico delle convenzioni. Anche i saperi, soprattutto se accademici, amano spesso esibirsi con quel contorno di stupidità che decora piatti circoscritti e specialistici, elaborati nella cucina della nuova retorica tecno-filologica o socio-piagnona. L'intelligenza si esercita con lo sguardo critico e, come ci ricorda Alberto Savinio, questa attitudine può essere un'ostacolo al talento, rende diversi, è condizione innaturale all'uomo, tendenzialmente vocato alla stupidità, alla smemoratezza, alla coazione a ripetere. La "cara stupidità", ci ricorda Savinio, è degli uomini nel loro quotidiano, mentre l'intelligenza è immortale, per questo è odiata ed è considerata pericolosa dall'autorità. In Difesa dell'intelligenza (30 agosto del 1943), uno degli straordinari articoli "politici" raccolti in Sorte dell'Europa Savinio scrive: "L'autorità odia l'intelligenza, perché nell'intelligenza sente l'avversario che presto o tardi vincerà. L'autorità osteggia l'intelligenza per istinto di conservazione; ma è profondamente triste che questo odio e questa ostilità sieno ribadite dai cultori stessi dell'intelligenza; è profondamente doloroso questo tradimento all'intelligenza, da parte di chi dell'intelligenza ha fatto la sua principale ragione di vita". "Vedere le cose che non vedono gli altri". E' questa la diversità. Certo, "si tratta di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nei momenti in cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidità della posa, si abbandonano, respirano più tranquille" (Ascolto il tuo cuore città). Le cose vivono nell'ombra. Approfittando della pausa degli altri, del loro ritardo, della loro percezione distratta o stupidamente funzionale e avida di senso, il raggio luminoso dell'intelligenza scruta le cose che "vivono all'ombra delle sorelle ammirate". Il minore cresce - con Gilles Deleuze diremmo che il piccolo diventa grande - e non cessa di divenir grande. Una vasta terra inesplorata si apre davanti allo sguardo "intelligente" di Alberto Savinio, e al nostro sguardo insieme al suo. Sguardo incontaminato e nuovo, che è quello di sempre, immortale e complesso e, spesso, autocastrante, difficile, inattuale, frustrante, votato allo scacco. "Eppure non riesco ad essere infelice" dice il cartello piantato da Savinio su questa terra che andiamo scoprendo negli ultimi bagliori del lungo tramonto novecentista. L'intelligenza con Savinio ci fa apparire nuove le cose di sempre. Esse sono lì, a portata di mano, di occhio. E' la chiarità del primo mattino di cui parla Walter Benjamin nei suoi frammenti parigini: "Il nuovo si rende percepibile per la prima volta con la sobrietà del mattino". Alberto Savinio con scioltezza ginnica passa da un'attrezzo all'altro con generosità e dispendio di energia in un' apparente assenza di scopo. L'intelligenza, allo stato puro, ci ricorda la dépense in Georges Bataille. Puro dispendio, festa sacrificale, dilapidazione senza utilità, a parte la coltivazione dell'immortalità: "Allora, voltandoci a guardare il nostro passato, e senza più la brama di sempre nuove scoperte da fare, senza più l'ansia di sempre nuove conquiste da compiere, senza più l'assillo di sempre nuove mète da raggiungere, e soprattutto perché ora noi sappiamo che mète da raggiungere nè quaggiù ci sono nè altrove - con animo più pacato, con umore più spassionato, con occhio più calmo e più giusto noi ci voltiamo a guardare il nostro passato e ci accorgiamo con sorpresa, ci accorgiamo con gioia che dietro a noi, e quasi senza che ce ne avvedessimo, in forma di tante foreste e di tanti giardini, noi abbiamo lasciato un'opera. Che importa morire? Ormai noi abbiamo il sapore in bocca dell'immortalità." (Tragedia dell'infanzia) Dopo è possibile, voltando lo sguardo alle proprie spalle, ricomporre un senso di vita e d'opera ma nella simultaneità di tempo e luogo l'intelligenza non ha scopo. L'"aura" dell'intelligenza è nel puro esercizio di assenza di scopo. Modificando leggermente i tratti melanconici di Alberto Savinio, allungandone gli suoi occhi in un maquillage giapponese, potremmo far parlare l'amico di Martin Heidegger, Kuki Shuzo, che nel suo libro La struttura dell'iki ci coglie di sorpresa: "L'iki ignora le mediocri certezze della realtà, osa mettere fra parentesi la vita reale, e mentre respira con distacco un'aria incontaminata si abbandona a un gioco autonomo, gratuito e disinteressato. E' in una parola, seduzione per la seduzione". Per Alberto Savinio l'intelligenza vale come per la struttura dell'iki in Shuzo: "Perchè l'iki appaia, si devono manifestare visivamente le caratteristiche dell'assenza di interesse e dell'assenza di scopo". L'intelligenza , tanto per Shuzo quanto per Savinio, è arte del giardinaggio.

Dilettante.
Il dilettante è colui che fa cose per diletto, per piacere. Forzando le nuances terminologiche diremmo che dilettantistico è colui che oltre al proprio persegue anche il piacere dell'altro. Predisponendosi all'altro, al lettore, organizza l'ascolto, allestisce una scena dilettevole che presuppone uno spettatore, un testimone, incueneandolo dentro di sè e a cui vengono lanciati segnali di complicità e ammiccamento. La figura dilettantistica parte da una postazione minore e pseudomodesta per approdare ad una forma di grandezza, spesso golem incontrollabile ma, nei Grandi Dilettanti, come in Alberto Savinio, trova durata, equilibrio e formula vincente. Dilettantesco è invece l'attegiamento solitario, chiuso in se stesso, che cova nascostamente deliri di onnipotenza, con echi tardonichilistici, attraverso le sbarre delle realtà di provincia che comodamente essi stessi tendono ad autoriprodurre. Provincia e periferia sono presenti ancora solo nel genere dilettantesco essendo scomparsa ormai qualsiasi idea di centro. L'interesse per il minore ed il marginale nella modalità dilettantesca non è lo stessa di quella dilettantistica. Mentre la prima osserva il particolare con attegiamento claustrofobico e funzionale al proprio hortus conclusus, che si avvita pericolosamente intorno al proprio collo portandolo ad un pur dolce suicidio, la seconda trae dal dettaglio e dal particolare inconsueto, che ci guarda oltre ad essere guardato, un'apertura ed una ventata d'aria fresca. Il dilettantistico apre al Grande Dilettante che respira un'aria diversa, connettiva. Il corso d'acqua che egli osserva è uno dei tanti affluenti delle congetture dell'immaginario sapienziale; la pietra inerte è il rebus di un viaggio interpretativo libero e accogliente; la rovina non è il piagnisteo dell'abbandono ma è l'accettazione distaccata del tempo che consuma, che insemina dentro di sé il nuovo, recinta il passato, lasciando aperte porte e finestre, liberando il venticello leggero del vuoto, origine di ogni fondazione. A questa figura di dilettante molte cose sono consentite che ad altri appaiono barrate. Il coraggio. Vuol dire rischiare e pagarne il prezzo - il dilettante è facile bersaglio ma essendo mobile non si lascia facilmente centrare. La libertà. Si risponde solo a se stessi in quanto non si appartiene a consorterie che apparentemente facilitano e producono vantaggi e che in realtà rendono schiavi. Per il dillettante non ci sono carriere. L'anticonformismo. Nella mente, nei fatti e nei comportamenti abituali, non nella trasgressione che rappresenta l'altra faccia vacanziera del conformismo stesso. La curiosità. Nella forma di un'appetito circolare e senza pregiudizi. Lo stupore. Ove si svela l'irripetibilità tragica dell'infanzia. La superficialità. Il duro lavoro di alleggerimento e di drenaggio che fa galleggiare gli oggetti provenienti dal fondo per poi disporli nell'orizzontalità della superficie e dello sguardo, trattenendo i segni abissali e stratificati della loro provenienza. Il masso erratico e pesante che Alberto Savinio sapientemente mostra e fa galleggiare indossa l'abito della varietà e del divertimento, ripulito dalle fangosità incrostate della retorica accademica, levigato con il pudore e il rispetto del lettore che si è scelto. Spesso un'aneddoto vale più di un trattato e quell'apparente girare intorno, quel divagare incessante e saturnino, quella rincorsa che ci fa dimenticare il salto, la preparazione che divora il risultato, la ricetta senza più la pietanza, il viaggio che dimentica da qualche parte la méta, quel cominciare prendendola sempre un pò alla larga non rappresentano altro che la predilezione verso il passeggiare con chi ci legge, mano alla mano o a braccetto, come vecchi amici che vogliono perdere tempo. Non è tempo perso, almeno per coloro che credono ancora nell'amicizia, ma è il tempo che si vuole perdere. E' un differire, un sostare, aprire una pausa musicale, un vuoto, come la musica prodotta dal violino e l'archetto sospesi a mezz'aria in una delle stanze di Casa "la vita". Operare sul vuoto, aprirsi un vuoto, un riposo. Sospendere, nel significato anche spaziale. La vuota superficialità del dilettante è il profondo nello stile della leggerezza e del distacco. "La tragedia è già alle spalle" ci ricorda Savinio. Prendo in prestito la parola ozieggiare dal mio concittadino Ennio Flaiano, anche lui con la testa melanconicamente appoggiata sulla mano, e che definisce perfettamente l'attività del dilettante. La dilettevole divagazione dell'antico otium - ho davanti a me questi tre ritratti di oziosi melanconici, assai simili, di Savinio, Benjamin e Flaiano, tutti con la testa pigramente appoggiata sulla mano come nello scomparso ritratto del Dr. Gachet di Vincent Van Gogh - trova in Savinio una straodinaria attualizzazione. Ma ozieggiare, secondo una naturale legge di reciprocità, è anche la nostra attitudine di lettori, che non abbiamo nulla da chiedere se non un piacevole e disinteressato intrattenimento. Il Grande Dilettante è divoratore di libri, osservatore di luoghi, conoscitore di lingue e viaggiatore di parole, connettore di saperi, presenza invisibile pur plasticamente stagliata e ben in evidenza. Positivo, progettuale, capace di ricominciamenti, di ristabilirsi in luoghi diversi e di ritrascrivere le proprie coordinate in nuove mappe di navigazione, il dilettante è sempre a casa in qualsiasi luogo perchè casa è la vita. Mobile, inconsueto, paziente, fiducioso, illuminato dalla speranza, costruttore. Costruttore tra le rovine: "Giro tra le rovine di Milano. Perché questa esaltazione in me? Dovrei essere triste, e invece sono formicolante di gioia. Dovrei mulinare pensieri di morte, e invece pensieri di vita mi battono in fronte, come il soffio del più puro e radioso mattino. Perché? Sento che da questa morte nascerà nuova vita. Sento che da queste rovine sorgerà una città più forte, più ricca, più bella. Fu allora, Milano, che in silenzio, tra me e il tuo cuore, ti feci la mia promessa. Tornare a te. Chiudere in te la mia vita. Tra le tue pietre, sotto il tuo cielo, tra i tuoi conchiusi giardini. Amen." Sono le parole conclusive di Ascolto il tuo cuore città pubblicato nel 1944. Ma le ultime tre righe di questo libro amico di vita, quasi nella forma di un'epigrafe, sono queste: "Sopra il portone del numero 30 di via Brera, questa insegna: Impresa Pulizia Speranza. Che aggiungere? E' detto tutto."

Intrattenimento.
Passeggiare, divagare, leggero conversare. L'intrattenimento appartiene, leopardianamente, all'arte della giocondità della vita inutile, un passatempo, un far passare il tempo. In ambito musicale, e Savinio certamente lo ha mutuato da qui, significa agire da sottofondo. Si ascolta ma si può divagare, si può fare altro, si può conversare, non si è dominati da coercizione alcuna, non siamo obbligati dalla trama consequenziale della rete del senso, possiamo distrarci, possiamo sospendere. Un lungo intervallo scandisce l'orologio dell'intrattenersi. Un giorno vuoto è incuneato nella settimana dell'agire e delle méte da raggiungere. L'intrattenimento musicale presuppone una varietà di generi, un saltellare da un tema all'altro e soprattutto un dilettare. Un buon intrattenitore sa scomparire. Ci accorgiamo subito cosa Alberto Savinio vuole da noi: trattenerci. Vuole ritardare, differire, prolungare. Sono le esperienze legate ai giochi d'infanzia, alla favola continuamente ripetuta e diluita in brodi diversi che allontanano il congedo rappresentato dal sonno, la nostra piccola e deliziosa morte quotidiana. E' la dolce richiesta che tormenta l'adulto costringendolo fino allo sfinimento a soddisfare il desiderio di lentezza e dilatazione del tempo nell'immaginario infantile. Tutti abbiamo detto: ancora... ancora, dimmelo ancora! E' questo desiderio che Alberto Savinio soddisfa nel lettore, non prima di aver soddisfatto se stesso, perché solo chi sa divertire e intrattenere se stesso può divertire e intrattenere gli altri. Trattenere vuol dire anche conservare e Savinio vuole conservare il suo rapporto con l'altro e con se stesso attraverso l'arte del divertimento e allontanare fin quanto è possibile l''abbandono, il congedo, il libro chiuso, la morte. Si ride, certo, leggendo Savinio, attraverso le sfumature del comico, dell'ironia, del sarcasmo, del paradosso, della parodia e del tragico. In effetti l'arte dell'intrattenimento è una figura del tragico. L'intrattenimento è l'arte del differimento della morte. Scrive Savinio nell'introduzione a Casa "la vita": "Non da ora solamente il pensiero della morte mi pulsa insistente nel cervello. Era forse il 1922 che un nostro amico parlando di me a mio fratello gli domandò: 'Perché sempre così triste?'. Da questo ricordo io deduco che già nel 1922 io pensavo alla morte. Che dico? Molto prima certamente. Tronchiamo gl'indugi: ho cominciato a pensare alla morte quando ho cominciato a pensare." [...] "Pochissimi sanno morire. Starei per dire: pochissimi uomini; perché morire è un atto di energia che da pochissimi è compiuto come tale (...) Si tratta invece di arrivare alla morte trionfalmente, come la capitana di un'armata vittoriosa che entra nel porto a bandiere spiegate". La morte, per Savinio, è condizione familiare, la più "maestosa" delle condizioni pronta ad offrire qualche "passaggio segreto". Forse il passaggio, o lo stratagemma, è il narrare, l'intrattenere. Come in Sherazad, nelle Mille e una notte, che deve affrancarsi la vita ogni giorno raccontando novelle al sultano Shahriar, o come la reiterata sfida a scacchi con la Morte che il Cavaliere del film di Igmar Bergman Il Settimo Sigillo deve accettare se vuole vivere, la morte, per essere davvero compresa , chiede un prolungato e giocoso intrattenimento perché alla fine, come ci ricorda Martin Heidegger, la vera morte è al di là di ogni morire.

NOTA GENERALE.
L'accostamento di alcuni autori con la figura di Alberto Savinio potrebbe sembrare una forzatura. Walter Benjamin, Ennio Flaiano, Georges Bataille, o addirittura Kuki Shuzo, forse sono meno lontani di quel che si crede. Alberto Savinio, grande europeo, va totalmente accolto, almeno per la nostra generazione, in questo ormai familiare e vivente Museo Immaginario della Formazione (MIF). Nelle varie citazioni di questi autori spesso il corsivo è nostro per sottolineare alcune corrispondenze. I loro ritratti melanconici poi, così simili, stimolano le nostre congetture. L'accostamento tra Savinio e Benjamin è stato tentato da Marco Biraghi in Vita dell'inorganico: Benjamin e Savinio in Le forme ed i tempi, (Milano 1997) - accostamento riproposto nel testo che qui viene pubblicato - in cui si sottolinea come Parigi sia per entrambi un "punto centrale". Ma al di là della corrispondenza "surrealista" questo breve saggio lascia trasparire la possibilità di un accostamento tra i due autori per i modi con i quali essi vivono la percezione e l'esperienza delle città. La loro diversità e le loro reciproche aporie ci restituiscono un'immagine di completezza. Siamo in trepida attesa di ulteriori ricerche. La citazione relativa alle rovine di Milano tratta dal capolavoro Ascolto il tuo cuore città la condivido affettuosamente con Virgina Cardi di cui è in corso di pubblicazione il libro Le rovine abitate, mentre le brevi considerazioni sul vuoto, che prima o poi andrebbero approfondite nell'opera di Savinio, sono il ricordo di una conversazione pubblica tenuta qualche anno fa a Ravenna per il Circolo Gramsci tra Stefano Levi Della Torre, Gianni Scalia e me, avente per titolo Sul non c'è che c'è. Infine un ultimo chiarimento intorno all'apparente marginalità del dilettante e sgombrare ogni illusione. Questo Dilettante sa gestire benissimo la propria consapevole "marginalità". Alessandro Tinterri ci ricorda come l'epistolario con l'editore Valentino Bompiani dimostri la precisione, la puntigliosità, la cura amorevole e la consapevolezza del valore con i quali Alberto Savinio seguiva la pubblicazione delle sue opere (oltre a progettarne le copertine). Si è dilettanti per elezione ma una dura e faticosa "professionalità" ne assicura la durata. Nella giornata in cui si è tenuto a Ravenna il convegno su Savinio l'attrice bolognese Silvana Strocchi ha letto un brano tratto da Il signor Dido, "Sentimento di Ravenna." Si è trattato di un'ironico omaggio alla città ospitante perchè Dido-Savinio visita Ravenna negli ultimi anni della sua vita e quasi ne fugge. La città gli appare "abbottonata fino al pomo d'Adamo nel suo abito di pietra" e il nostro viaggiatore non pare troppo infelice per essere venuto a "Ravenna e non vedere Sant'Apollinaire" (!)

 

Antonio Marchetti: "Camera verde Savinio, Monumenti di giocattoli". 1998

 

Antonio Marchetti

"Diario di una mostra invisibile: Alberto Savinio" (1998)

Qualcosa certamente non ha funzionato con Alberto Savinio. Forse la nostra lentezza, che accudiamo amorevolmente, deve pagare il suo debito con l'idea del ritardo? O forse le cose hanno funzionato molto bene, all' italiana, alla Luciano Pavarotti. Non siamo in grado di difendere noi stessi nemmeno di fronte alle storpiature delle nostre parole, e della nostra lingua, visto che già a Bressanone, in alcuni ristoranti, nella liste, troviamo scritto "pepperoni". Vien voglia di non dirla troppo in giro questa scoperta - in fine secolo e in una maturità fanciullesca - di Alberto Savinio. Tuttavia ciò che si perde in simultaneità si guadagna con la sorpresa e la rivelazione. E' la rivelazione, a renderci contemporanei e ciò può accadere, per usare le parole di Savinio stesso, quando guardiamo le cose che in quel momento non guardano gli altri. Sul giornale "La Repubblica", nel dicembre dell'anno scorso, appena prima che nelle sale venisse proiettato Titanic - il film che dimostra come l'amore sia al di sopra di ogni naufragio - Luce Marinetti rilascia un'intervista-profezia:

Appena due anni al duemila siamo vicini!
I segni ci son tutti.
Il terzo millennio Futurista sarà.
E' inevitabile.

La certezza genetica dei consanguinei! Attenti! Il nuovo Futurismo vi spazzerà via! Rimaniamo in attesa delle nuove parole d'ordine e d'impresa curiosi di sapere in quale cucina di periferia le pietanze del duemila verranno sfornate. Nell'attesa di una nuova grottesca tecnologica (l'ultima?) possiamo rilassarci leggendo Alberto Savinio. Un sapore gradevolmente amaro, per palati fini, nel senso di una mitica brutalità accompagnata dal gusto dello stile, fatto per coloro che gradiscono il pane e le sue varietà. Il pane dell'intelligenza e non il sale, che lasciamo volentieri ai tardoneoconcettuali per condire alcune sciapezze. "Si, anch'io sono un'italiano, ma sono anche tante altre cose" rispondevi alla querula voce di protesta del tuo immaginario lettore. No, non è necessario, non devi giustificarti. Il lettore non protesterà più, è diventato indifferente. Un ciclo si sta completando. L'agiografico, l'amore e il terrore, ma in semplicità, sono le lenti dei suoi occhiali griffati. I libri di Alberto Savinio li troviamo nelle biblioteche dei nostri amici. Uno spazio particolare di queste personali librerie è geometricamente riservato a Savinio, spesso nel senso di una lateralità e asimmetria. Sono certo che essi cambino pure continuamente di posto. Siccome l'intelligenza è fatta per essere condivisa, Savinio è fatto per essere scambiato. Ciascuno può offrire il proprio pensiero e ospitare quello dell'altro. Tu non sei fatto per le persone che hanno una sola idea, ma per quelli che criticano perchè amano, che non hanno radici e dunque le cercano, che ombreggiano piuttosto che illuminare. L'interesse possessivo e geloso mi ha portato ad escludere l'altro, il fratello, Giorgio, che è lì che aspetta ancora di essere capito da me, accontentandosi forse di indagare sulle ragioni di mie pregiudiziali distanze. Non entro in merito al fatto che hai voluto cambiare nome ma sappi, almeno, che è stata una scelta ottima, è un bel nome surrealista. Sono le nove di sera; il piacere della lettura può durare sino all'una o alle due del mattino. Quattro ore, stasera, per Ascolto il tuo cuore città e così per altri giorni. Sfoglio disegni, fotografie, scritti di un catalogo importante del 1990 sui tuoi anni parigini, immaginando atmosfere, ambienti, oggetti: un personale parapetto per ammirare il giardino. C'è il fatto che le cose, poi, vanno affrontate con un pò di stato febbrile, temperato da tardiva saggezza. E' nata così la camera verde Savinio, che non è un nuovo tipo di colore verde per arredi, ma una specie di altare. Se la morte aleggia nella camera, la responsabilità è tua, Alberto Savinio, che della morte, da bravo compositore che sei, ne hai fatto un'opera. Mi hai visitato nel sonno e mi hai urlato: "Stai attento alla forma almeno!" La scintilla è nata a Rimini e l'esordio dell'idea a Giulianova lido, in un bar dal nome strepitoso: Bar Las Vegas. Appuntamento con D. P. (nome caratteristico italiano), alle ore 16 in questo bar invernal-cittadino, (ma che pare strépiti anche e soprattutto in estate), in orario non ancora da aperitivo e con demone meridiano già in ritardo. Dopo aver visitato il Kursaal, ove si svolgerà la mostra dei De Chirico e la rassegna d'arte contemporanea Convergenze, e avervi attaccato sopra immaginarie bandierine di latta (1) e dopo altro aperitivo con gli altri amici artisti all'anti-Pedrocchi giuliese, un pò di viaggio per la statale, verso Pescara, tra case e strade illuminate per il Natale. Qui il Natale pare sempre uguale a se stesso. Le feste sono soffocanti. Ci si ritrova per la festa della tavola, del buon mangiare tradizionale: lu timballe, le scrippelle' mbusse, li caggiunitte. L'Italia delle comunità si raccoglie intorno alla tavola multicromatica e debordante. La vita è comoda, opportunisticamente migliore. La struttura parentale è così estesa che va di moda star soli senza però aver sostituito qualcosa di altrettanto caldo e potente come questa tradizione dolcemente oziosa che tira a far tardi, con l'età e con la notte. C'è sempre tempo per una pennichella. La schizofrenia del lavoro pare non esserci ma forse ce n'è un'altra: quella di rimanere prigionieri dentro la morbida sfera della riconoscibilità reciproca, che segnala la porta d'ingresso del campo quadrangolare della civiltà chiusa. I nuovi Natali dei giovani imprenditori abruzzesi sono fatti di algide tombolate, ove i parenti sono stati sostituiti dall'universo "amicale" (2) (il termine più orrendo degli ultimi anni, sicuramente più orripilante di "attimino") che ruota intorno al lavoro. Una nuova generazione più pulita e normale; non si fuma, non si beve, non ti offrono nulla e non c'è più il timballo. L'aspetto interessante delle marine abruzzesi è e rimane l'apertura e la curiosità. Il pettegolezzo vi seppellirà, ma non limiterà la vostra sfera d'azione. E se non fosse più così? Il giorno dopo a colazione in un buon ristorante il cui nome, Columbus, mette definitivamente Las Vegas a riposo; a rammentare che l'America l'ha scoperta un marinaio genovese, un italiano, nato nell'altro mare che costeggia la nostra lingua di terra Mi dice D. P. che alla fine degli anni settanta, gli artisti Angeli, Schifano e Festa, avevano espresso il desiderio di stare due o tre mesi a Giulianova. Grande intuito degli artisti circa i luoghi ove si può vivere, pensare, divertirsi, dipingere e, soprattutto, mangiare bene! Brodetto di pesce, chitarrina allo scoglio, rigatoni agli scampi, cozze gratinate o nuove invenzioni costrette a piegare la schiena di fronte alla nouvelle cuisine e alla dieta calibrata, ruotano intorno a poche cose buone ed essenziali: il mare, l'olio, il pane, gli odori, il vino. Il Montepulciano che si produce è straordinariamente buono da bere con tutto, anche da solo, con appena qualche scheggia dei grandi pecorini abruzzesi. Qui c'è anche la potenza che altrove non si trova: la salsiccia (la saggicce) di fegato che il lettore dovrebbe prima o poi cuocersi in padella con vino rosso, tirandola in cottura sin quasi a bruciarla. Tutto ciò che è buono è bruciacchiato e croccante, nei colori cuoiosi e nerobruni che nell'entroterra si fanno fiamminghi. Solo il crudo, macerato nel limone, olio e peperoncino, riesce qualche volta a contrastare questa tendenza verso l'eccesso del fuoco in cucina, come nella vita. Se questi tre moschettieri fossero arrivati un pelo prima della fine primavera avrebbero mangiato quelle minestre di fine inverno dove dentro si rimesta quel che si è raccolto in cucina e far spazio ai prodotti della nuova stagione. Le cosiddette virtù. Calderoni buoni e nutrienti che si possono ancora mangiare ai bagni borbonici a Pescara. Angeli, Schifano e Festa forse non erano ancora troppo maturi per questa piccola città o forse troppo scatenati per il provincial-serioso. Fatto sta che ci venne a mancare qualche scenetta italiana di tardo maledettismo ancora protetto dai vecchi numi comunisti della cultura. Per me, Franco Angeli, protagonista e interprete di se stesso nel film Morire gratis, rappresenta l'idea di redenzione negli anni Sessanta. Storia di un viaggio attraverso l'Italia, insieme ad una donna bellissima, occasionale compagna di viaggio, da Roma a Milano, con un'opera d'arte in macchina. Inizio di un viaggio e sua tragica, bassa, ingloriosa fine. Torna oggi di attualità il tema della sopravvivenza, caro ad Elias Canetti; il potere di chi si è salvato ed è lì in mezzo a noi circonfuso di sacralità. Ci si scontra però con l'altro mito contemporaneo che aggiorna i millenni: la morte giovane, la "morte bella". Non hanno fatto molto perchè morti troppo presto. La potenzialità e l'inespresso si fanno preferire a ciò che faticosamente forse c'è già, ed è anche meno impegnativo poichè fantasticare è meno faticoso del conoscere. Forse la compagnia della morte ti ha ricordato continuamente la durata; il tempo in cui si esprimono i multipli che si è, nel cercare di tenerli vivi insieme, eroicamente, tragicamente. Tempo in cui avanza la volontà del progetto, incolpevole, impastata però con la stessa calce della casa la vita. Sono nato nel millenovecentocinquantadue, anno della tua morte. E' il procedimento inverso di chi nato dal buio si dirige lentamente verso fantasmi di appartenenza. Hai avuto più giocattoli di me. Anch'io non sono mai stato portato a chiedere. Da bambino per me chiedere era un disturbare. Chiedere era vissuto come un perturbante del mondo degli adulti. Si arriva a chiedere quando il mondo è già scivolato ai nostri piedi e ciò che chiediamo non potrà essere rifiutato. In quel luogo dell'infanzia, ove hai scaricato, come fossero rovine in un paesaggio, i tuoi giocattoli, è conosciuto come il luogo ove si cucinavano i piatti di resistenza. Rimuovere questa età dell'uomo lo considero criminale. C'è una vena malinconica... la scrittura tende a chiudersi come per riscattare qualcosa. Ma la malinconia, come tu dici, "si alimenta di pensieri". Mi informano che, in queste idi di marzo, mentre trascrivo al computer queste cose scritte due mesi fa, la camera verde non si farà, nè mostra contemporanea, nè altro. Gli amministratori-politici giuliesi si sono suicidati. Forse non si mangia più bene da quelle parti? Questa la causa della malinconia, che tuttavia non impedirà la conclusione della camera che sto allestendo per te. Il nulla va portato in ogni modo a compimento. A Tivoli da Roberto Soldati, in una trecentesca casa-torre ove le bare per uscire avevano in strada una porta particolare. Alla ricerca di Savinio, ma si è parlato di De Chirico. Forse D. P. non si è spiegato bene oppure ho capito male io ma, di Savinio, Soldati ne sapeva come me: molto poco. Soldati è artista abruzzese, ma di un Abruzzo per me più lontano e sconosciuto, purtroppo: L'Aquila. Era l'operatore in una intervista della RAI di qualche secolo fa a Giorgio De Chirico. Soldati è ancora giovane uomo e vive con una simpatica moglie inglese. Il suo ricordo di quell'incontro con il "maestro" si è trasformato in un breve racconto che riporto fedelmente:

Nel giugno 1976 mi recai con un gruppetto di studenti del liceo artistico di Roma e un giornalista della RAI TV a filmare una intervista a casa di Giorgio de Chirico. Io facevo il cineoperatore di una piccola troupe televisiva. De Chirico mi apparve alquanto invecchiato e anche un pochino infastidito da quella improvvisa irruzione. Il giornalista invitò il maestro ad alzarsi dal divano e sedersi in una poltrona sistemata in un punto più luminoso della casa. Il maestro non sentì o non volle sentire. Il giornalista ripetè ancora l'invito, ma anche questa volta, niente da fare; "Non si muove...", disse con un sorrisetto imbarazzato il giornalista. De Chirico sembrava, seduto su quel divano, simile ad una delle sue muse, candido e immobile. Il giornalista gli si avvicinò di nuovo, deciso a non fallire ancora. Gli poggiò le mani sulle spalle, il maestro si alzò e senza tante storie si fece guidare alla poltrona. Finalmente cominciai a girare. De Chirico liquidava ogni domanda del giornalista con pochissime battute, efficaci ed essenziali. Dopo il giornalista fu il turno degli studenti. Iniziò per prima la loro professoressa di storia dell'arte, cercando il suo momento di gloria nell'interpretare un dipinto appeso nella stanza, sperando di avere in seguito l'approvazione della sua tesi dal maestro in persona e conseguente figurone con i suoi studenti, colleghi e qualche milione di telespettatori. "Maestro!" esordì l'insegnante con una certa enfasi. "Questo cielo grigio viola, pervaso di un sentore di morte, questo cielo che come una cappa plumbea grava su questa piazza, sulla quale il portico disegna ombre nella luce lunare, la finestra illuminata sembra celare nel suo interno una camera ardente, che c'è, si sente, ma non si vede. Ecco, Maestro, per me queste due persona che parlano vicino la porta, sembrano assumere su di loro un dramma, un dramma in tutta la sua totalità, presenze inquietanti che aspettano un carro funebre che è già venuto, o deve venire... forse non verrà mai. Ecco Maestro, ora io le chiedo: cosa rappresentano per lei queste due entità, in attesa di chi, in attesa di cosa? Quale inquietudine ha guidato la sua mano nel tracciare queste due figure e nel riempirle di colore?". De Chirico esitò qualche istante, che fece rabbrividire l'insegnante. Infine, con la sua voce sorniona, scuotendosi leggermente rispose: "Per me sono soltanto due persone che parlano". "Che parlano di chi, di cosa, Maestro?", continuò l'insegnante sperando in una risposta un pò più argomentata. "Ma signora! Come mai le interessano così tanto i fatti loro?", concluse il maestro abbozzando un pallido sorriso. L'insegnante invece, era diventata rossa come un peperone. Meno male che la TV era ancora in bianco e nero a quei tempi. La prima telefonata a Ruggero Savinio è andata a vuoto.

Mi sono affidato ad una pubblicazione del settore che divide per città, regioni e stati una serie di indirizzi e numeri telefonici degli operatori d'arte. Uno strumento indispensabile di ricerca (effettuabile anche con internet), ma che spesso riporta numeri telefonici o indirizzi sbagliati. Di conseguenza la metallica voce (3) registrata della telecom Italia mi informa che il numero da me composto è inesistente. Io ho avuto numeri del telefono sbagliati o, alternativamente, il nome della via storpiato, con la conseguente morte del personaggio storico che dà il suo nome alla via dove abito - e che per ragioni di privacy non voglio rivelare, rimanendo appena invisibile. Fa piacere in ogni caso "esistere" nonostante la demolizione prodotta da un refuso, accuditi da intelligenti impiegati delle poste italiane, bravi studiosi e filologi di toponomastica. La perpetua richiesta di soldi per essere dentro vane speranze di esistenza arriva comunque, e continuerà a sbaragliare qualunque pessimo correttore di bozze o inconsapevole maligno sabotatore. E' la mia banca o la mia assicurazione che vendono il mio indirizzo? E' stato istituito un Garante ed un apposito ufficio preposti a considerare i casi di violazione della privacy dei cittadini, visibili ed invisibili - ma questa distinzione dal punto di vista della comunicazione globale non esiste. Gli archivi dei giornalisti dovranno essere notificati, se richiesti. Alcuni dati personali, definiti "sensibili", come salute o sessualità, potranno essere resi pubblici solo dopo personale consenso scritto. Il divoramento del nostro spazio vitale, occupato mostruosamente e totalmente dall'"esterno", ha reso possibile questa figura del Garante, fragile eroe della democrazia e della libertà del singolo, solitario scoglio che ha assorbito tutte le contraddizioni del mare e delle sue onde. Per uno strano effetto di rovesciamento prospettico l'ufficio del Garante mi ricorda la G.P.U. sovietica, l'organo di pubblica sicurezza (spionaggio, repressione, deportazione, assasinio ecc.) a Mosca in piazza Lubianka. Labirintici archivi, camere per interrogatorio e prigione. La Sezione per la Controrivoluzione aveva archivi dettagliatissimi sui comportamenti sessuali dei sospetti in quanto dati "sensibili", come si dice oggi nel linguaggio politicamente corretto, e quindi potenziali armi di ricatto e di pressione. Un dato personale e privato a volte è più prezioso di un voluminoso archivio-vita. In effetti gli stessi problemi di limitazione della libertà individuale nei regimi totalitari li ritroviamo oggi ma con un abito indossato a rovescio. Lo scatenato desiderio di sparire come singolo, nello spazio dell'esposizione pubblica e della coazione ad apparire, può presentare il fenomeno strutturato su base, per così dire, "volontaria", libera, ma non per questo meno terrificante della coercizione o dell'uso della forza.

"La coercizione ottiene i suoi risultati migliori dove la sensibilità è resa più acuta" scrive Ernst Jünger, invitandoci discretamente a "passare al bosco".

Avevo previsto di telefonare a Ruggero Savinio intorno alle dieci di sera (o della notte, come molti lettori forse preferiscono dire). Per un momento ho avuto il cruccio che fosse ora tarda, in cui si disturba (ma non era un disturbo che mi ero proposto?), aumentato dal fatto che a quell'ora la nebbia avvolgeva la mia casa e la città di Fellinia (4), mentre lì a Roma, qualche giorno prima, avevo goduto di uno splendido sole e di una bella mostra a Villa Medici. Eravamo in un alberghetto in Campo dei Fiori che anche "spazialmente" definisce la mia amicizia con A. B. e sua moglie G.V. Pensavo che l'ora per telefonare fosse buona per via di certe mie congetture circa il tempo di una giornata per cui alle 22 o si è ferocemente indisponibili o discretamente aperti e possibilisti. Il signor Ruggero a quell'ora poteva leggere, disegnare, dipingere, stare con la famiglia, ascoltare la tivù, la radio o lo stereo, conversare con amici o qualsiasi altra cosa che evocasse l'idea di "presenza" di ciò che in definitiva è molto aleatorio e imponderabile. Con l'aiuto del 12, il servizio Telecom Italia per informazioni telefoniche, tento una ricerca immediatamente frustrata sul nascere dalla voce della "signorina" meccanica che ripeteva, per tutta la notte, che in quel momento era impossibile comunicare perchè in troppi comunicavano (intenso traffico, come nelle autostrade). Ormai si faceva ora tarda e in ore come quelle si telefonano agli intimi amici, a coloro che amiamo e che vogliamo disturbare, per saggiare la consistenza del loro amore e metterli ogni tanto alla prova. E' mezzanotte. A quest'ora, in Campo dei Fiori, chiude la libreria Farenheit 451, titolo del film di François Truffaut del 1966, ove i pompieri, invece di spegnere incendi, bruciano tutti i libri e perseguono coloro che li posseggono. Per non disperdere la vita dei libri ciascuno impara un libro a memoria per recitarlo e consegnarlo ai giovani, e così per sempre. E' il cinema sul libro-vita. Ed il cinema è appena a fianco, il Cinema Farnese, come l'ho sognato più di vent'anni fa con le colonnine di ghisa all'interno, le seggiole di legno, il parapettino all'ingresso e l'uomo dei gelati. Da Farenheit ho acquistato Paesaggio con figura di Ruggero Savinio che si apre con un testo: Rovine, affascinante tema di studio di V. in questo periodo. Anche se si pensa subito a Caspar Friedrich fin dal titolo, in realtà è un libro molto poco romantico. Si chiude con un elegante ricordo dello zio Giorgio De Chirico. E' bella questa piazza con i suoi angoli cariati; potremmo lasciarla implodere in un cerchio o un ovale come faceva Truffaut per chiudere una scena, sostando qualche attimo, il tempo necessario per lasciarci il cinema in un cammeo. Felicità in questa piccola piazza, quella che amo di più; il cinema lì, con Truffaut a fianco e i suoi libri, e al centro lui, cupo e pensoso, che se ne sta sul suo piedistallo consumato ad accogliere e farsi scivolare tutta la pioggia di Roma, invisibile e doloroso fantasma romano: Giordano!

Ascolta il mio cuore, città!

Qualche anno separa il tuo Tragedia dell'infanzia da Infanzia berlinese di Walter Benjamin. Si scende in cantina (5) a giocare sotto lo sguardo possessivo della morte. E ci si resta, eleggendola dimora preferita e abituale; l'unica possibile per l'artista. Anche delle rovine deve restare memoria e vanno pertanto custodite. L'infanzia per te è stata l'apparizione della forma. Mantenuta in ottima salute sino al 1951, un anno prima che tu morissi, in un Ritratto coniugale. Il lato sinistro del volto, che si mostra verso l'esterno, è immagine severa e acuta, con l'occhio apparentemente sornione ma che scruta i dettagli della forma della vita; mentre il lato destro, che quasi si adagia sul viso di Maria, comincia a scomporsi nel gioco pittorico, con il globo oculare quasi occluso dai geometrici e taglienti segni del pennello. Dalla parte di Maria dunque non è necessaria la ginnastica dell'attenzione ma ci si può immergere con serenità e senza timori nel mare primitivo dell'accoglienza, che non ha prezzo e che a volte puo renderci felici. In effetti tra la tua lettera a Maria del 1925, in cui issavi la bandiera perchè per la prima volta lei ti diede del tu, e questo quadro coniugale, c'è una grande fedeltà alla vita. Rendere visibile attraverso il pudore? Sono riuscito finalmente a mettermi in contatto con Ruggero Savinio con i numeri telefonici tutti in fila datemi da D. P. Mi risponde una voce fanciullesca che chiama il papà e doppiata da un'altra voce-eco appena meno giovane. Tuo figlio era impegnato alla preparazione di una sua personale a Milano e, nonostante abbia parlato quasi sempre io, mi è sembrato disponibile a risentirci e a conoscerci. Bisogna concedersi ad alcune sere melanconiche a Fellinia. La depressione lieve svolazza nella mia testa, ma non pare volersi posare. Volatile incostante e migratorio che porta con sè memoria di estese e piatte acque stagnanti, un pò malsane. Per ora fa bella mostra delle sue piume nerogrige avvitandosi in volo sopra di me e, per fortuna, non plana a cercare cibo. Avrei comunque ben poco da offrirgli avendo ormai ridotto alla povertà le parti molli e più appetitose o forse, avendo un pò preso omeopaticamente le sue sembianze, non rischia di nutrirsi di chi pare un suo simile (similia similibus curantur). Oggi trionfa la chimica che alleggerisce gli uomini dal loro pesante zaino; gli antidepressivi vengono distribuiti ai nostri terremotati, che si tratti delle loro case o della vita. Compresse che chiudono ogni discorso perchè è proprio il parlarne che è un sintomo da curare dalla chimica in pillole. Un meccanismo che si morde la coda, un'assurda idea di perfezione sociale ed un anelito alla sfericità che viene ben rappresentata dai media che gestiscono una conflittualità regolata. Paura dell'errore e inammissibilità delle catastrofi naturali. Per fortuna questo familiare volatile è compagno di creazione e di vita, ama chi parla di lui e lo dispensa lasciandogli libertà, dirottando il suo appetito verso prede meno eloquenti e più infelici, che verranno inevitabilmente divorate. Mentre tornavo a casa in macchina questa notte, dopo una cena con amici a Ravenna (che tu visitasti troppo velocemente!), mi è tornato alla mente il pane, convocato dallo stomaco, ed una tua voce nella Nuova Enciclopedia. Dopo cene come queste, in ristorantini dai nomi letterari (per riempire una sparizione materiale) gestiti da giovani proprietari saputissimi e permalosi, che si mettono pericolosamente in competizione con il cliente, ti accorgi che dopo un'ora hai di nuovo fame, di salame, di formaggio e soprattutto di pane. La depressione lieve viene poi alleggerita dalla notizia che D. P. è riuscito, dopo i pessimi buongustai di Giulianova, a far accettare il suo progetto per i De Chirico (o forse solo per te), e per Convergenze, all'amministrazione di Castellalto e Castelbasso, due paesi vicino Teramo, e che considero in definitiva una scelta più saviniana (almeno per me). Mai sottovalutare i giocatori. Le carte girano. A Teramo avevo un amico, morto alcolizzato, o piuttosto vittima della classica menzogna materna. Sua madre si era convinta che la donna delle pulizie al suo servizio da più di trent'anni si scolasse le bottiglie di liquore mentre suo figlio, di nascosto, a diciassette anni, prendeva la strada dell'alcolismo nel gioco del non vedere e non sapere. Colpa della serva! Tutta la preziosa collezione di bottiglie di liquore in miniatura veniva bevuta e sostituita da acque colorate fedeli al colore originale. Era un'artista del colore. Comunque si affrontano i gradini del sociale, questa forma di rimozione cieca e omicida delle madri, più o meno sofisticata, è sempre presente. Come sempre, acuto sei stato nelle tue pagine sull'Abruzzo, quando guardavi le cose che gli abruzzesi non guardano. Lo studio di F. P. Michetti a Francavilla che "considerava l'umanità tutta composta di secondini", le chiese di Guardiagrele che ti hanno rivelato che "nella chiesa d'Abruzzo c'è meno retorica ma più canto che in tante altre chiese molto reputate e famose", via delle Caserme a Pescara "che è la via dell'artigianato minimo" ove nella seconda metà degli anni Settanta io ho vissuto e che ho visto trasformarsi in una strada piena di eventi d'arte contemporanea e di bellissime donne decorative. Sulmona, e la mia prima scoperta oltre le mura originarie, la rivelazione, da ragazzo, che c'era dell'altro. Di cibo però hai parlato poco, non hai avuto forse le condizioni di reciprocità storica tra te e il luogo e credo che il vino da te decantato offerto da Concezio ad Ari non fosse davvero tanto buono; la tua felicità ne ha camuffato sicuramente il sapore ed è stato goduto all'insegna dell'ottimismo. Mai bere il vino del nonno contadino! Hai ragione però sui caratteri: "L'Abruzzese aborre dal piccolo". Ama l'eccesso aggiungerei io. Lo si capisce in cucina dall'uso delle mani. L'uso delle mani nude nella cucina è destinato a sparire come nell'arte del tornire vasi. Questo utensile primario, che racchiude nel corpo uso valore e "merce", si ritrova ancora nelle élite o in ipocriti e sofisticati corsi di riappropriazione di ciò che è defunto. In questo caso si mettono le mani in pasta in ciò che è morto. In cucina le cose vanno diversamente: le mani sono importanti alla vita, non palpano cadaveri. La quantità di cose che possono fare le mani nella cucina abruzzese sono impressionanti. In origine è la quantità che rende qualitativa la tavola. L'eccedenza è segnalata dal corpo (e le mani) che si predispone nel piacere dell'altro, è un atto collettivo, è la quantità di altri che rende funzionale questa cucina totalitaria. Gli abruzzesi infine, quando cucinano, hanno sempre quell'aria da fucile spianato nei confronti dell'ospite. Nel vedere che tutto ciò che si è cucinato viene mangiato produce una grande gratificazione, forse più della gloria e della soddisfazione materiale. Anche il danaro è eccesso, dilapidazione, dépense. Le cosiddette Panarde richiedono forse un'adesione eccessiva che chi non ha dimestichezza con il cibo e i suoi rituali non può capire. Sono gli stessi rituali del gioco in un certo senso. Qualcosa che attiene alla vertigine, all'Ilinx, come l'ha definita Roger Caillois alla fine degli anni Sessanta. Una settimana prima della pasqua in viaggio in macchina, con D. P. alla guida, verso Castelbasso. Come sempre guida felice, rapida e tranquilla allo stesso tempo. La guida dei giocatori. Loro possono avere incidenti esistenziali ma non di macchina. Almeno spero che in futuro non procurino incidenti agli altri. Il paese ci accoglie con due segnali che insieme racchiudono le due facce di una civiltà: un cancello che apre e chiude il paese quando questi è impegnato in una festa d'arte o una sagra e, qualche metro più in là, i cessi pubblici, così da potermi liberare di tutto il buono che avevo bevuto a tavola a Pescara per la colazione-pranzo. Si entra in questo modo più leggeri, dopo aver pisciato, come se quei cessi all'ingresso ci invitassero ad una idea di alleggerimento indipendentemente dalla chiamata delle vesciche. Da un parapetto, a pochi metri dalla leggerezza, mi ha rapito un mirabile tramonto tra gli spazi sconfinati di questa valle mammellata. Visita breve, occhieggiando tra le fenditure di massicce porte di legno i fondaci che si apriranno per la rassegna Convergenze (6). Gli artisti qui possono combinare cose straordinarie; è sempre il piccolo il luogo di elaborazione delle idee grandi. I fondaci ora appaiono vuoti neri blindati che incutono il rispetto e il mistero della porta chiusa. La ricerca del bar, delle sigarette, fa echeggiare il nome della proprietaria che scende giù da casa ad accogliere due ospiti troppo curiosi. Il locale era naturalmente già aperto con gli anziani che giocavano a carte. Alle domande di D. P. la donna appare subito di fertile intelligenza. Sa distinguere e scegliere ciò che è stato di qualità e ciò che lo è stato meno nella storia di "Castellarte", rassegna che purtroppo io conosco pochissimo, ove l'iniziativa progettata da D. P. si inserisce. Mentre lei parlava aveva accanto a sé un adolescente, forse suo figlio, che ci scrutava con l'occhio ipercritico che rastrella tutto e, a tratti, appariva più vecchio di sua madre. Donne ancor giovani e più capaci dei loro uomini e più aperte dei loro figli teleconformistici. Donne che comunque non lasciano mai spazio dopo una virgola. Nella chiesa di questo antico paese ritrovo le tue parole: "Noi troviamo un'accoglienza più calda, meno materializzata, più metafisica nella facciata delle chiese d'Abruzzo". In ciò che è immateriale si entra in punta di piedi e con respiro più trattenuto, come in questa tardotrecentesca antisanpietro. La scultura devozionale (con il Cristo nella immancabile bacheca-bara) c'è tutta. Il demone che insudicia con la sua pasticceria restaurativa per fortuna non è arrivato a modificare lo scuro, che è ancora scuro, ed il chiaro, che è ancora chiaro. Il tempo di questa chiesa è nel paesaggio che si apre sconfinato. Potrei qui riesercitare il mio dialetto abruzzese, un pò arruginito dal tempo ma che in compenso ha mantenuto qualcosa di primitivo, di selvatico e desueto. Il dialetto è la lingua materna, è parola che ci lega alla madre e alla terra. E' la lingua dell'infanzia. E' molto difficile che un adulto impari il dialetto altrui. La comunicazione dialettale è comunicazione chiusa, fatta per i figli di madre e di terra. Parlare il dialetto è un "nominare la terra" come mi ricorda G.M. Dici bene: "I dialetti sono per noi dei mondi chiusi, delle isole forse bellissime, ma alle quali non approderemo mai". Quante volte i dialetti hanno platealmente e provocatoriamente sottolineato la mia non appartenenza e nello stesso tempo alimentato il mio esilio produttivo! Ora in qualche modo questo testo devo chiuderlo. Come vedi tutto ciò che ho scritto è una rotazione intorno ad una incertezza, ad una precarietà (si farà questa camera verde e la mostra in tuo onore?). L'imponderabile, insieme alla consapevolezza dei limiti ai quali siamo condannati salvificamente, ha prodotto questo breve intrattenimento stimolato da te. Ti lascio, per ora, in questa mattina bellissima, il ventidue aprile, al mare, vicino Fellinia, seduto sulla sabbia con un vento capriccioso che rende quasi impossibile la lettura delle pagine di un tuo libro (non ti dirò quale!). Con questa sabbia e le conchiglie sparse voglio tappezzare il pavimento della tua camera verde.
E' il mare che ci raduna.


(1) Un'adagio zen dice che quando un'idea è buona si può fare a meno di realizzarla. Le bandierine, idea di un congelamento metafisico del Kursaal di Giulianova, che dedica ai De Chirico un omaggio, possono benissimo essere fatte da altri. Evidentemente solo il difficile ci appassiona.
(2) Parola raccapricciante, che indica un rapporto di interesse con un'ambigua mescolanza con la dimensione privata. Eredità degli anni ottanta oggi estremizzata nelle orrende cene amicali ove sotto la tavola ci si sbudella tranquillamente. La tua "teoria dell'eleganza" per me resta oggi ancora valida.
(3) Anni sono le voci erano vere. Ci davano la sveglia al mattino se lo desideravamo. Oggi la richiesta va effettuaua con la tastiera e ci risponde una macchina. Bertrand Morane, protagonista del film di Truffaut, "L'homme qui aimait les femmes", si innamora inevitabilmente anche della voce sensuale della signorina dei telefoni che lo sveglia al mattino, dal nome poetico Aurore, con la quale riesce a conversare senza mai conoscere. Invisibile e di nascosto la donna penetra nella casa di Bertrand e neanche noi riusciamo a vederla. La più bella rappresentazione dell'uomo- bambino!
(4) Fellinia è la città descritta da Sebastiano Vassalli ove si svolgono le avventure de "il Profeta" nel romanzo 3012. La città è la stessa ove attulmente io vivo: Fellinia.
(5) Nella casa dell'esistenza, tra i due estremi della soffitta e della cantina, ho avuto più dimestichezza con la cantina. Per Gaston Bachelard la cantina è "innanzitutto l'essere oscuro della casa, l'essere che partecipa alle potenze sotterranee. Sognando, ci si accorda con l'irrazionalità del profondo." (...) "Nella cantina si muovono esseri più lenti, meno trotterellanti, più misteriosi. Nella soffitta, le paure si 'razionalizzano' agevolmente, nelle cantine, anche per un essere più coraggioso dell'uomo invocato da Jung, la 'razionalizzazione' è meno rapida e meno chiara, non è mai definitiva." (...) "La cantina è follia sotterrata, drammi murati".
(6) La situazione si evolve. Tutto è mutamento. Non si chiamerà Convergenze. D. P. dice che ormai porta sfiga, o forse è lui a portarla. Scompare la mostra dei Savinio. Sarai orfano di una mostra ed io, almeno per ora, non conoscerò i tuoi figli. Non ci si potrebbe conoscere in un'altra vita? Non sarebbe più comodo e meno stressante rimandare tutto ad un convivio di anime e di cuori coraggiosi con la sola tessera di riconoscimento di una vita giusta o almeno ben spesa? Ora si chiama - ma avverto il lettore che non avrò più possibilità di aggiornarlo più perchè questo testo va ormai in stampa - "Trasalimento di un campionario". Bisogna immaginare questa mutazione perenne, accettarla come condizione della stessa possibilità di esistere. Ma la camera verde resta, fragile appostamento nell'attesa che un giorno o l'altro vada in fiamme o esploda come qualcuno si attende.

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