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Antonio Marchetti: "Camera Verde Savinio da
viaggio", 1998
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Antonio
Marchetti
Tre
parole su Alberto Savinio in forma d'introduzione. (1999)
(dal libro: "Alberto Savinio, intrattenimento", edizioni Pendragon,
Bologna. Testi di: Marco Biraghi, Silvia Pegoraro, Alessandro
Tinterri, Claudio Spadoni
"E' per questo felice stupore, per questo loro presentarsi inaspettate
e nuove, per questo venirmi incontro come da un altro mondo, che
prima di farsi amare da altri le mie opere si fanno amare da me;
prima di divertire altri esse divertono me..."
( Alberto Savinio, Casa "la vita").
Intelligenza.
Comunemente si crede che l'intelligenza sia una risorsa. Non sempre
è così. La nostra contemporaneità sembra a volte preferire all'intelligenza
una più confortevole, disponibile e plastica bêtise, una funzionale
stupidità che ama coricarsi sul comodo letto ortopedico delle
convenzioni. Anche i saperi, soprattutto se accademici, amano
spesso esibirsi con quel contorno di stupidità che decora piatti
circoscritti e specialistici, elaborati nella cucina della nuova
retorica tecno-filologica o socio-piagnona. L'intelligenza si
esercita con lo sguardo critico e, come ci ricorda Alberto Savinio,
questa attitudine può essere un'ostacolo al talento, rende diversi,
è condizione innaturale all'uomo, tendenzialmente vocato alla
stupidità, alla smemoratezza, alla coazione a ripetere. La "cara
stupidità", ci ricorda Savinio, è degli uomini nel loro quotidiano,
mentre l'intelligenza è immortale, per questo è odiata ed è considerata
pericolosa dall'autorità. In Difesa dell'intelligenza (30 agosto
del 1943), uno degli straordinari articoli "politici" raccolti
in Sorte dell'Europa Savinio scrive: "L'autorità odia l'intelligenza,
perché nell'intelligenza sente l'avversario che presto o tardi
vincerà. L'autorità osteggia l'intelligenza per istinto di conservazione;
ma è profondamente triste che questo odio e questa ostilità sieno
ribadite dai cultori stessi dell'intelligenza; è profondamente
doloroso questo tradimento all'intelligenza, da parte di chi dell'intelligenza
ha fatto la sua principale ragione di vita". "Vedere le cose che
non vedono gli altri". E' questa la diversità. Certo, "si tratta
di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nei momenti in
cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidità
della posa, si abbandonano, respirano più tranquille" (Ascolto
il tuo cuore città). Le cose vivono nell'ombra. Approfittando
della pausa degli altri, del loro ritardo, della loro percezione
distratta o stupidamente funzionale e avida di senso, il raggio
luminoso dell'intelligenza scruta le cose che "vivono all'ombra
delle sorelle ammirate". Il minore cresce - con Gilles Deleuze
diremmo che il piccolo diventa grande - e non cessa di divenir
grande. Una vasta terra inesplorata si apre davanti allo sguardo
"intelligente" di Alberto Savinio, e al nostro sguardo insieme
al suo. Sguardo incontaminato e nuovo, che è quello di sempre,
immortale e complesso e, spesso, autocastrante, difficile, inattuale,
frustrante, votato allo scacco. "Eppure non riesco ad essere infelice"
dice il cartello piantato da Savinio su questa terra che andiamo
scoprendo negli ultimi bagliori del lungo tramonto novecentista.
L'intelligenza con Savinio ci fa apparire nuove le cose di sempre.
Esse sono lì, a portata di mano, di occhio. E' la chiarità del
primo mattino di cui parla Walter Benjamin nei suoi frammenti
parigini: "Il nuovo si rende percepibile per la prima volta con
la sobrietà del mattino". Alberto Savinio con scioltezza ginnica
passa da un'attrezzo all'altro con generosità e dispendio di energia
in un' apparente assenza di scopo. L'intelligenza, allo stato
puro, ci ricorda la dépense in Georges Bataille. Puro dispendio,
festa sacrificale, dilapidazione senza utilità, a parte la coltivazione
dell'immortalità: "Allora, voltandoci a guardare il nostro passato,
e senza più la brama di sempre nuove scoperte da fare, senza più
l'ansia di sempre nuove conquiste da compiere, senza più l'assillo
di sempre nuove mète da raggiungere, e soprattutto perché ora
noi sappiamo che mète da raggiungere nè quaggiù ci sono nè altrove
- con animo più pacato, con umore più spassionato, con occhio
più calmo e più giusto noi ci voltiamo a guardare il nostro passato
e ci accorgiamo con sorpresa, ci accorgiamo con gioia che dietro
a noi, e quasi senza che ce ne avvedessimo, in forma di tante
foreste e di tanti giardini, noi abbiamo lasciato un'opera. Che
importa morire? Ormai noi abbiamo il sapore in bocca dell'immortalità."
(Tragedia dell'infanzia) Dopo è possibile, voltando lo sguardo
alle proprie spalle, ricomporre un senso di vita e d'opera ma
nella simultaneità di tempo e luogo l'intelligenza non ha scopo.
L'"aura" dell'intelligenza è nel puro esercizio di assenza di
scopo. Modificando leggermente i tratti melanconici di Alberto
Savinio, allungandone gli suoi occhi in un maquillage giapponese,
potremmo far parlare l'amico di Martin Heidegger, Kuki Shuzo,
che nel suo libro La struttura dell'iki ci coglie di sorpresa:
"L'iki ignora le mediocri certezze della realtà, osa mettere fra
parentesi la vita reale, e mentre respira con distacco un'aria
incontaminata si abbandona a un gioco autonomo, gratuito e disinteressato.
E' in una parola, seduzione per la seduzione". Per Alberto Savinio
l'intelligenza vale come per la struttura dell'iki in Shuzo: "Perchè
l'iki appaia, si devono manifestare visivamente le caratteristiche
dell'assenza di interesse e dell'assenza di scopo". L'intelligenza
, tanto per Shuzo quanto per Savinio, è arte del giardinaggio.
Dilettante.
Il dilettante è colui che fa cose per diletto, per piacere.
Forzando le nuances terminologiche diremmo che dilettantistico
è colui che oltre al proprio persegue anche il piacere dell'altro.
Predisponendosi all'altro, al lettore, organizza l'ascolto,
allestisce una scena dilettevole che presuppone uno spettatore,
un testimone, incueneandolo dentro di sè e a cui vengono lanciati
segnali di complicità e ammiccamento. La figura dilettantistica
parte da una postazione minore e pseudomodesta per approdare
ad una forma di grandezza, spesso golem incontrollabile ma,
nei Grandi Dilettanti, come in Alberto Savinio, trova durata,
equilibrio e formula vincente. Dilettantesco è invece l'attegiamento
solitario, chiuso in se stesso, che cova nascostamente deliri
di onnipotenza, con echi tardonichilistici, attraverso le sbarre
delle realtà di provincia che comodamente essi stessi tendono
ad autoriprodurre. Provincia e periferia sono presenti ancora
solo nel genere dilettantesco essendo scomparsa ormai qualsiasi
idea di centro. L'interesse per il minore ed il marginale nella
modalità dilettantesca non è lo stessa di quella dilettantistica.
Mentre la prima osserva il particolare con attegiamento claustrofobico
e funzionale al proprio hortus conclusus, che si avvita pericolosamente
intorno al proprio collo portandolo ad un pur dolce suicidio,
la seconda trae dal dettaglio e dal particolare inconsueto,
che ci guarda oltre ad essere guardato, un'apertura ed una ventata
d'aria fresca. Il dilettantistico apre al Grande Dilettante
che respira un'aria diversa, connettiva. Il corso d'acqua che
egli osserva è uno dei tanti affluenti delle congetture dell'immaginario
sapienziale; la pietra inerte è il rebus di un viaggio interpretativo
libero e accogliente; la rovina non è il piagnisteo dell'abbandono
ma è l'accettazione distaccata del tempo che consuma, che insemina
dentro di sé il nuovo, recinta il passato, lasciando aperte
porte e finestre, liberando il venticello leggero del vuoto,
origine di ogni fondazione. A questa figura di dilettante molte
cose sono consentite che ad altri appaiono barrate. Il coraggio.
Vuol dire rischiare e pagarne il prezzo - il dilettante è facile
bersaglio ma essendo mobile non si lascia facilmente centrare.
La libertà. Si risponde solo a se stessi in quanto non si appartiene
a consorterie che apparentemente facilitano e producono vantaggi
e che in realtà rendono schiavi. Per il dillettante non ci sono
carriere. L'anticonformismo. Nella mente, nei fatti e nei comportamenti
abituali, non nella trasgressione che rappresenta l'altra faccia
vacanziera del conformismo stesso. La curiosità. Nella forma
di un'appetito circolare e senza pregiudizi. Lo stupore. Ove
si svela l'irripetibilità tragica dell'infanzia. La superficialità.
Il duro lavoro di alleggerimento e di drenaggio che fa galleggiare
gli oggetti provenienti dal fondo per poi disporli nell'orizzontalità
della superficie e dello sguardo, trattenendo i segni abissali
e stratificati della loro provenienza. Il masso erratico e pesante
che Alberto Savinio sapientemente mostra e fa galleggiare indossa
l'abito della varietà e del divertimento, ripulito dalle fangosità
incrostate della retorica accademica, levigato con il pudore
e il rispetto del lettore che si è scelto. Spesso un'aneddoto
vale più di un trattato e quell'apparente girare intorno, quel
divagare incessante e saturnino, quella rincorsa che ci fa dimenticare
il salto, la preparazione che divora il risultato, la ricetta
senza più la pietanza, il viaggio che dimentica da qualche parte
la méta, quel cominciare prendendola sempre un pò alla larga
non rappresentano altro che la predilezione verso il passeggiare
con chi ci legge, mano alla mano o a braccetto, come vecchi
amici che vogliono perdere tempo. Non è tempo perso, almeno
per coloro che credono ancora nell'amicizia, ma è il tempo che
si vuole perdere. E' un differire, un sostare, aprire una pausa
musicale, un vuoto, come la musica prodotta dal violino e l'archetto
sospesi a mezz'aria in una delle stanze di Casa "la vita". Operare
sul vuoto, aprirsi un vuoto, un riposo. Sospendere, nel significato
anche spaziale. La vuota superficialità del dilettante è il
profondo nello stile della leggerezza e del distacco. "La tragedia
è già alle spalle" ci ricorda Savinio. Prendo in prestito la
parola ozieggiare dal mio concittadino Ennio Flaiano, anche
lui con la testa melanconicamente appoggiata sulla mano, e che
definisce perfettamente l'attività del dilettante. La dilettevole
divagazione dell'antico otium - ho davanti a me questi tre ritratti
di oziosi melanconici, assai simili, di Savinio, Benjamin e
Flaiano, tutti con la testa pigramente appoggiata sulla mano
come nello scomparso ritratto del Dr. Gachet di Vincent Van
Gogh - trova in Savinio una straodinaria attualizzazione. Ma
ozieggiare, secondo una naturale legge di reciprocità, è anche
la nostra attitudine di lettori, che non abbiamo nulla da chiedere
se non un piacevole e disinteressato intrattenimento. Il Grande
Dilettante è divoratore di libri, osservatore di luoghi, conoscitore
di lingue e viaggiatore di parole, connettore di saperi, presenza
invisibile pur plasticamente stagliata e ben in evidenza. Positivo,
progettuale, capace di ricominciamenti, di ristabilirsi in luoghi
diversi e di ritrascrivere le proprie coordinate in nuove mappe
di navigazione, il dilettante è sempre a casa in qualsiasi luogo
perchè casa è la vita. Mobile, inconsueto, paziente, fiducioso,
illuminato dalla speranza, costruttore. Costruttore tra le rovine:
"Giro tra le rovine di Milano. Perché questa esaltazione in
me? Dovrei essere triste, e invece sono formicolante di gioia.
Dovrei mulinare pensieri di morte, e invece pensieri di vita
mi battono in fronte, come il soffio del più puro e radioso
mattino. Perché? Sento che da questa morte nascerà nuova vita.
Sento che da queste rovine sorgerà una città più forte, più
ricca, più bella. Fu allora, Milano, che in silenzio, tra me
e il tuo cuore, ti feci la mia promessa. Tornare a te. Chiudere
in te la mia vita. Tra le tue pietre, sotto il tuo cielo, tra
i tuoi conchiusi giardini. Amen." Sono le parole conclusive
di Ascolto il tuo cuore città pubblicato nel 1944. Ma le ultime
tre righe di questo libro amico di vita, quasi nella forma di
un'epigrafe, sono queste: "Sopra il portone del numero 30 di
via Brera, questa insegna: Impresa Pulizia Speranza. Che aggiungere?
E' detto tutto."
Intrattenimento.
Passeggiare, divagare, leggero conversare. L'intrattenimento
appartiene, leopardianamente, all'arte della giocondità della
vita inutile, un passatempo, un far passare il tempo. In ambito
musicale, e Savinio certamente lo ha mutuato da qui, significa
agire da sottofondo. Si ascolta ma si può divagare, si può fare
altro, si può conversare, non si è dominati da coercizione alcuna,
non siamo obbligati dalla trama consequenziale della rete del
senso, possiamo distrarci, possiamo sospendere. Un lungo intervallo
scandisce l'orologio dell'intrattenersi. Un giorno vuoto è incuneato
nella settimana dell'agire e delle méte da raggiungere. L'intrattenimento
musicale presuppone una varietà di generi, un saltellare da
un tema all'altro e soprattutto un dilettare. Un buon intrattenitore
sa scomparire. Ci accorgiamo subito cosa Alberto Savinio vuole
da noi: trattenerci. Vuole ritardare, differire, prolungare.
Sono le esperienze legate ai giochi d'infanzia, alla favola
continuamente ripetuta e diluita in brodi diversi che allontanano
il congedo rappresentato dal sonno, la nostra piccola e deliziosa
morte quotidiana. E' la dolce richiesta che tormenta l'adulto
costringendolo fino allo sfinimento a soddisfare il desiderio
di lentezza e dilatazione del tempo nell'immaginario infantile.
Tutti abbiamo detto: ancora... ancora, dimmelo ancora! E' questo
desiderio che Alberto Savinio soddisfa nel lettore, non prima
di aver soddisfatto se stesso, perché solo chi sa divertire
e intrattenere se stesso può divertire e intrattenere gli altri.
Trattenere vuol dire anche conservare e Savinio vuole conservare
il suo rapporto con l'altro e con se stesso attraverso l'arte
del divertimento e allontanare fin quanto è possibile l''abbandono,
il congedo, il libro chiuso, la morte. Si ride, certo, leggendo
Savinio, attraverso le sfumature del comico, dell'ironia, del
sarcasmo, del paradosso, della parodia e del tragico. In effetti
l'arte dell'intrattenimento è una figura del tragico. L'intrattenimento
è l'arte del differimento della morte. Scrive Savinio nell'introduzione
a Casa "la vita": "Non da ora solamente il pensiero della morte
mi pulsa insistente nel cervello. Era forse il 1922 che un nostro
amico parlando di me a mio fratello gli domandò: 'Perché sempre
così triste?'. Da questo ricordo io deduco che già nel 1922
io pensavo alla morte. Che dico? Molto prima certamente. Tronchiamo
gl'indugi: ho cominciato a pensare alla morte quando ho cominciato
a pensare." [...] "Pochissimi sanno morire. Starei per dire:
pochissimi uomini; perché morire è un atto di energia che da
pochissimi è compiuto come tale (...) Si tratta invece di arrivare
alla morte trionfalmente, come la capitana di un'armata vittoriosa
che entra nel porto a bandiere spiegate". La morte, per Savinio,
è condizione familiare, la più "maestosa" delle condizioni pronta
ad offrire qualche "passaggio segreto". Forse il passaggio,
o lo stratagemma, è il narrare, l'intrattenere. Come in Sherazad,
nelle Mille e una notte, che deve affrancarsi la vita ogni giorno
raccontando novelle al sultano Shahriar, o come la reiterata
sfida a scacchi con la Morte che il Cavaliere del film di Igmar
Bergman Il Settimo Sigillo deve accettare se vuole vivere, la
morte, per essere davvero compresa , chiede un prolungato e
giocoso intrattenimento perché alla fine, come ci ricorda Martin
Heidegger, la vera morte è al di là di ogni morire.
NOTA GENERALE.
L'accostamento di alcuni autori con la figura di Alberto Savinio
potrebbe sembrare una forzatura. Walter Benjamin, Ennio Flaiano,
Georges Bataille, o addirittura Kuki Shuzo, forse sono meno
lontani di quel che si crede. Alberto Savinio, grande europeo,
va totalmente accolto, almeno per la nostra generazione, in
questo ormai familiare e vivente Museo Immaginario della Formazione
(MIF). Nelle varie citazioni di questi autori spesso il corsivo
è nostro per sottolineare alcune corrispondenze. I loro ritratti
melanconici poi, così simili, stimolano le nostre congetture.
L'accostamento tra Savinio e Benjamin è stato tentato da Marco
Biraghi in Vita dell'inorganico: Benjamin e Savinio in Le forme
ed i tempi, (Milano 1997) - accostamento riproposto nel testo
che qui viene pubblicato - in cui si sottolinea come Parigi
sia per entrambi un "punto centrale". Ma al di là della corrispondenza
"surrealista" questo breve saggio lascia trasparire la possibilità
di un accostamento tra i due autori per i modi con i quali essi
vivono la percezione e l'esperienza delle città. La loro diversità
e le loro reciproche aporie ci restituiscono un'immagine di
completezza. Siamo in trepida attesa di ulteriori ricerche.
La citazione relativa alle rovine di Milano tratta dal capolavoro
Ascolto il tuo cuore città la condivido affettuosamente con
Virgina Cardi di cui è in corso di pubblicazione il libro Le
rovine abitate, mentre le brevi considerazioni sul vuoto, che
prima o poi andrebbero approfondite nell'opera di Savinio, sono
il ricordo di una conversazione pubblica tenuta qualche anno
fa a Ravenna per il Circolo Gramsci tra Stefano Levi Della Torre,
Gianni Scalia e me, avente per titolo Sul non c'è che c'è. Infine
un ultimo chiarimento intorno all'apparente marginalità del
dilettante e sgombrare ogni illusione. Questo Dilettante sa
gestire benissimo la propria consapevole "marginalità". Alessandro
Tinterri ci ricorda come l'epistolario con l'editore Valentino
Bompiani dimostri la precisione, la puntigliosità, la cura amorevole
e la consapevolezza del valore con i quali Alberto Savinio seguiva
la pubblicazione delle sue opere (oltre a progettarne le copertine).
Si è dilettanti per elezione ma una dura e faticosa "professionalità"
ne assicura la durata. Nella giornata in cui si è tenuto a Ravenna
il convegno su Savinio l'attrice bolognese Silvana Strocchi
ha letto un brano tratto da Il signor Dido, "Sentimento di Ravenna."
Si è trattato di un'ironico omaggio alla città ospitante perchè
Dido-Savinio visita Ravenna negli ultimi anni della sua vita
e quasi ne fugge. La città gli appare "abbottonata fino al pomo
d'Adamo nel suo abito di pietra" e il nostro viaggiatore non
pare troppo infelice per essere venuto a "Ravenna e non vedere
Sant'Apollinaire" (!)
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Antonio
Marchetti: "Camera verde Savinio, Monumenti di giocattoli".
1998
Antonio
Marchetti
"Diario
di una mostra invisibile: Alberto Savinio" (1998)
Qualcosa
certamente non ha funzionato con Alberto Savinio. Forse la nostra
lentezza, che accudiamo amorevolmente, deve pagare il suo debito
con l'idea del ritardo? O forse le cose hanno funzionato molto
bene, all' italiana, alla Luciano Pavarotti. Non siamo in grado
di difendere noi stessi nemmeno di fronte alle storpiature delle
nostre parole, e della nostra lingua, visto che già a Bressanone,
in alcuni ristoranti, nella liste, troviamo scritto "pepperoni".
Vien voglia di non dirla troppo in giro questa scoperta - in fine
secolo e in una maturità fanciullesca - di Alberto Savinio. Tuttavia
ciò che si perde in simultaneità si guadagna con la sorpresa e
la rivelazione. E' la rivelazione, a renderci contemporanei e
ciò può accadere, per usare le parole di Savinio stesso, quando
guardiamo le cose che in quel momento non guardano gli altri.
Sul giornale "La Repubblica", nel dicembre dell'anno scorso, appena
prima che nelle sale venisse proiettato Titanic - il film che
dimostra come l'amore sia al di sopra di ogni naufragio - Luce
Marinetti rilascia un'intervista-profezia:
Appena
due anni al duemila siamo vicini!
I segni ci son tutti.
Il terzo millennio Futurista sarà.
E' inevitabile.
La certezza
genetica dei consanguinei! Attenti! Il nuovo Futurismo vi spazzerà
via! Rimaniamo in attesa delle nuove parole d'ordine e d'impresa
curiosi di sapere in quale cucina di periferia le pietanze del
duemila verranno sfornate. Nell'attesa di una nuova grottesca
tecnologica (l'ultima?) possiamo rilassarci leggendo Alberto
Savinio. Un sapore gradevolmente amaro, per palati fini, nel
senso di una mitica brutalità accompagnata dal gusto dello stile,
fatto per coloro che gradiscono il pane e le sue varietà. Il
pane dell'intelligenza e non il sale, che lasciamo volentieri
ai tardoneoconcettuali per condire alcune sciapezze. "Si, anch'io
sono un'italiano, ma sono anche tante altre cose" rispondevi
alla querula voce di protesta del tuo immaginario lettore. No,
non è necessario, non devi giustificarti. Il lettore non protesterà
più, è diventato indifferente. Un ciclo si sta completando.
L'agiografico, l'amore e il terrore, ma in semplicità, sono
le lenti dei suoi occhiali griffati. I libri di Alberto Savinio
li troviamo nelle biblioteche dei nostri amici. Uno spazio particolare
di queste personali librerie è geometricamente riservato a Savinio,
spesso nel senso di una lateralità e asimmetria. Sono certo
che essi cambino pure continuamente di posto. Siccome l'intelligenza
è fatta per essere condivisa, Savinio è fatto per essere scambiato.
Ciascuno può offrire il proprio pensiero e ospitare quello dell'altro.
Tu non sei fatto per le persone che hanno una sola idea, ma
per quelli che criticano perchè amano, che non hanno radici
e dunque le cercano, che ombreggiano piuttosto che illuminare.
L'interesse possessivo e geloso mi ha portato ad escludere l'altro,
il fratello, Giorgio, che è lì che aspetta ancora di essere
capito da me, accontentandosi forse di indagare sulle ragioni
di mie pregiudiziali distanze. Non entro in merito al fatto
che hai voluto cambiare nome ma sappi, almeno, che è stata una
scelta ottima, è un bel nome surrealista. Sono le nove di sera;
il piacere della lettura può durare sino all'una o alle due
del mattino. Quattro ore, stasera, per Ascolto il tuo cuore
città e così per altri giorni. Sfoglio disegni, fotografie,
scritti di un catalogo importante del 1990 sui tuoi anni parigini,
immaginando atmosfere, ambienti, oggetti: un personale parapetto
per ammirare il giardino. C'è il fatto che le cose, poi, vanno
affrontate con un pò di stato febbrile, temperato da tardiva
saggezza. E' nata così la camera verde Savinio, che non è un
nuovo tipo di colore verde per arredi, ma una specie di altare.
Se la morte aleggia nella camera, la responsabilità è tua, Alberto
Savinio, che della morte, da bravo compositore che sei, ne hai
fatto un'opera. Mi hai visitato nel sonno e mi hai urlato: "Stai
attento alla forma almeno!" La scintilla è nata a Rimini e l'esordio
dell'idea a Giulianova lido, in un bar dal nome strepitoso:
Bar Las Vegas. Appuntamento con D. P. (nome caratteristico italiano),
alle ore 16 in questo bar invernal-cittadino, (ma che pare strépiti
anche e soprattutto in estate), in orario non ancora da aperitivo
e con demone meridiano già in ritardo. Dopo aver visitato il
Kursaal, ove si svolgerà la mostra dei De Chirico e la rassegna
d'arte contemporanea Convergenze, e avervi attaccato sopra immaginarie
bandierine di latta (1) e dopo altro aperitivo con gli altri
amici artisti all'anti-Pedrocchi giuliese, un pò di viaggio
per la statale, verso Pescara, tra case e strade illuminate
per il Natale. Qui il Natale pare sempre uguale a se stesso.
Le feste sono soffocanti. Ci si ritrova per la festa della tavola,
del buon mangiare tradizionale: lu timballe, le scrippelle'
mbusse, li caggiunitte. L'Italia delle comunità si raccoglie
intorno alla tavola multicromatica e debordante. La vita è comoda,
opportunisticamente migliore. La struttura parentale è così
estesa che va di moda star soli senza però aver sostituito qualcosa
di altrettanto caldo e potente come questa tradizione dolcemente
oziosa che tira a far tardi, con l'età e con la notte. C'è sempre
tempo per una pennichella. La schizofrenia del lavoro pare non
esserci ma forse ce n'è un'altra: quella di rimanere prigionieri
dentro la morbida sfera della riconoscibilità reciproca, che
segnala la porta d'ingresso del campo quadrangolare della civiltà
chiusa. I nuovi Natali dei giovani imprenditori abruzzesi sono
fatti di algide tombolate, ove i parenti sono stati sostituiti
dall'universo "amicale" (2) (il termine più orrendo degli ultimi
anni, sicuramente più orripilante di "attimino") che ruota intorno
al lavoro. Una nuova generazione più pulita e normale; non si
fuma, non si beve, non ti offrono nulla e non c'è più il timballo.
L'aspetto interessante delle marine abruzzesi è e rimane l'apertura
e la curiosità. Il pettegolezzo vi seppellirà, ma non limiterà
la vostra sfera d'azione. E se non fosse più così? Il giorno
dopo a colazione in un buon ristorante il cui nome, Columbus,
mette definitivamente Las Vegas a riposo; a rammentare che l'America
l'ha scoperta un marinaio genovese, un italiano, nato nell'altro
mare che costeggia la nostra lingua di terra Mi dice D. P. che
alla fine degli anni settanta, gli artisti Angeli, Schifano
e Festa, avevano espresso il desiderio di stare due o tre mesi
a Giulianova. Grande intuito degli artisti circa i luoghi ove
si può vivere, pensare, divertirsi, dipingere e, soprattutto,
mangiare bene! Brodetto di pesce, chitarrina allo scoglio, rigatoni
agli scampi, cozze gratinate o nuove invenzioni costrette a
piegare la schiena di fronte alla nouvelle cuisine
e alla dieta calibrata, ruotano intorno a poche cose buone ed
essenziali: il mare, l'olio, il pane, gli odori, il vino. Il
Montepulciano che si produce è straordinariamente buono da bere
con tutto, anche da solo, con appena qualche scheggia dei grandi
pecorini abruzzesi. Qui c'è anche la potenza che altrove non
si trova: la salsiccia (la saggicce) di fegato che il lettore
dovrebbe prima o poi cuocersi in padella con vino rosso, tirandola
in cottura sin quasi a bruciarla. Tutto ciò che è buono è bruciacchiato
e croccante, nei colori cuoiosi e nerobruni che nell'entroterra
si fanno fiamminghi. Solo il crudo, macerato nel limone, olio
e peperoncino, riesce qualche volta a contrastare questa tendenza
verso l'eccesso del fuoco in cucina, come nella vita. Se questi
tre moschettieri fossero arrivati un pelo prima della fine primavera
avrebbero mangiato quelle minestre di fine inverno dove dentro
si rimesta quel che si è raccolto in cucina e far spazio ai
prodotti della nuova stagione. Le cosiddette virtù. Calderoni
buoni e nutrienti che si possono ancora mangiare ai bagni borbonici
a Pescara. Angeli, Schifano e Festa forse non erano ancora troppo
maturi per questa piccola città o forse troppo scatenati per
il provincial-serioso. Fatto sta che ci venne a mancare qualche
scenetta italiana di tardo maledettismo ancora protetto dai
vecchi numi comunisti della cultura. Per me, Franco Angeli,
protagonista e interprete di se stesso nel film Morire gratis,
rappresenta l'idea di redenzione negli anni Sessanta. Storia
di un viaggio attraverso l'Italia, insieme ad una donna bellissima,
occasionale compagna di viaggio, da Roma a Milano, con un'opera
d'arte in macchina. Inizio di un viaggio e sua tragica, bassa,
ingloriosa fine. Torna oggi di attualità il tema della sopravvivenza,
caro ad Elias Canetti; il potere di chi si è salvato ed è lì
in mezzo a noi circonfuso di sacralità. Ci si scontra però con
l'altro mito contemporaneo che aggiorna i millenni: la morte
giovane, la "morte bella". Non hanno fatto molto perchè morti
troppo presto. La potenzialità e l'inespresso si fanno preferire
a ciò che faticosamente forse c'è già, ed è anche meno impegnativo
poichè fantasticare è meno faticoso del conoscere. Forse la
compagnia della morte ti ha ricordato continuamente la durata;
il tempo in cui si esprimono i multipli che si è, nel cercare
di tenerli vivi insieme, eroicamente, tragicamente. Tempo in
cui avanza la volontà del progetto, incolpevole, impastata però
con la stessa calce della casa la vita. Sono nato nel millenovecentocinquantadue,
anno della tua morte. E' il procedimento inverso di chi nato
dal buio si dirige lentamente verso fantasmi di appartenenza.
Hai avuto più giocattoli di me. Anch'io non sono mai stato portato
a chiedere. Da bambino per me chiedere era un disturbare. Chiedere
era vissuto come un perturbante del mondo degli adulti. Si arriva
a chiedere quando il mondo è già scivolato ai nostri piedi e
ciò che chiediamo non potrà essere rifiutato. In quel luogo
dell'infanzia, ove hai scaricato, come fossero rovine in un
paesaggio, i tuoi giocattoli, è conosciuto come il luogo ove
si cucinavano i piatti di resistenza. Rimuovere questa età dell'uomo
lo considero criminale. C'è una vena malinconica... la scrittura
tende a chiudersi come per riscattare qualcosa. Ma la malinconia,
come tu dici, "si alimenta di pensieri". Mi informano che, in
queste idi di marzo, mentre trascrivo al computer queste cose
scritte due mesi fa, la camera verde non si farà, nè mostra
contemporanea, nè altro. Gli amministratori-politici giuliesi
si sono suicidati. Forse non si mangia più bene da quelle parti?
Questa la causa della malinconia, che tuttavia non impedirà
la conclusione della camera che sto allestendo per te. Il nulla
va portato in ogni modo a compimento. A Tivoli da Roberto Soldati,
in una trecentesca casa-torre ove le bare per uscire avevano
in strada una porta particolare. Alla ricerca di Savinio, ma
si è parlato di De Chirico. Forse D. P. non si è spiegato bene
oppure ho capito male io ma, di Savinio, Soldati ne sapeva come
me: molto poco. Soldati è artista abruzzese, ma di un Abruzzo
per me più lontano e sconosciuto, purtroppo: L'Aquila. Era l'operatore
in una intervista della RAI di qualche secolo fa a Giorgio De
Chirico. Soldati è ancora giovane uomo e vive con una simpatica
moglie inglese. Il suo ricordo di quell'incontro con il "maestro"
si è trasformato in un breve racconto che riporto fedelmente:
Nel giugno
1976 mi recai con un gruppetto di studenti del liceo artistico
di Roma e un giornalista della RAI TV a filmare una intervista
a casa di Giorgio de Chirico. Io facevo il cineoperatore di
una piccola troupe televisiva. De Chirico mi apparve alquanto
invecchiato e anche un pochino infastidito da quella improvvisa
irruzione. Il giornalista invitò il maestro ad alzarsi dal divano
e sedersi in una poltrona sistemata in un punto più luminoso
della casa. Il maestro non sentì o non volle sentire. Il giornalista
ripetè ancora l'invito, ma anche questa volta, niente da fare;
"Non si muove...", disse con un sorrisetto imbarazzato il giornalista.
De Chirico sembrava, seduto su quel divano, simile ad una delle
sue muse, candido e immobile. Il giornalista gli si avvicinò
di nuovo, deciso a non fallire ancora. Gli poggiò le mani sulle
spalle, il maestro si alzò e senza tante storie si fece guidare
alla poltrona. Finalmente cominciai a girare. De Chirico liquidava
ogni domanda del giornalista con pochissime battute, efficaci
ed essenziali. Dopo il giornalista fu il turno degli studenti.
Iniziò per prima la loro professoressa di storia dell'arte,
cercando il suo momento di gloria nell'interpretare un dipinto
appeso nella stanza, sperando di avere in seguito l'approvazione
della sua tesi dal maestro in persona e conseguente figurone
con i suoi studenti, colleghi e qualche milione di telespettatori.
"Maestro!" esordì l'insegnante con una certa enfasi. "Questo
cielo grigio viola, pervaso di un sentore di morte, questo cielo
che come una cappa plumbea grava su questa piazza, sulla quale
il portico disegna ombre nella luce lunare, la finestra illuminata
sembra celare nel suo interno una camera ardente, che c'è, si
sente, ma non si vede. Ecco, Maestro, per me queste due persona
che parlano vicino la porta, sembrano assumere su di loro un
dramma, un dramma in tutta la sua totalità, presenze inquietanti
che aspettano un carro funebre che è già venuto, o deve venire...
forse non verrà mai. Ecco Maestro, ora io le chiedo: cosa rappresentano
per lei queste due entità, in attesa di chi, in attesa di cosa?
Quale inquietudine ha guidato la sua mano nel tracciare queste
due figure e nel riempirle di colore?". De Chirico esitò qualche
istante, che fece rabbrividire l'insegnante. Infine, con la
sua voce sorniona, scuotendosi leggermente rispose: "Per me
sono soltanto due persone che parlano". "Che parlano di chi,
di cosa, Maestro?", continuò l'insegnante sperando in una risposta
un pò più argomentata. "Ma signora! Come mai le interessano
così tanto i fatti loro?", concluse il maestro abbozzando un
pallido sorriso. L'insegnante invece, era diventata rossa come
un peperone. Meno male che la TV era ancora in bianco e nero
a quei tempi. La prima telefonata a Ruggero Savinio è andata
a vuoto.
Mi sono
affidato ad una pubblicazione del settore che divide per città,
regioni e stati una serie di indirizzi e numeri telefonici degli
operatori d'arte. Uno strumento indispensabile di ricerca (effettuabile
anche con internet), ma che spesso riporta numeri telefonici
o indirizzi sbagliati. Di conseguenza la metallica voce (3)
registrata della telecom Italia mi informa che il numero da
me composto è inesistente. Io ho avuto numeri del telefono sbagliati
o, alternativamente, il nome della via storpiato, con la conseguente
morte del personaggio storico che dà il suo nome alla via dove
abito - e che per ragioni di privacy non voglio rivelare, rimanendo
appena invisibile. Fa piacere in ogni caso "esistere" nonostante
la demolizione prodotta da un refuso, accuditi da intelligenti
impiegati delle poste italiane, bravi studiosi e filologi di
toponomastica. La perpetua richiesta di soldi per essere dentro
vane speranze di esistenza arriva comunque, e continuerà a sbaragliare
qualunque pessimo correttore di bozze o inconsapevole maligno
sabotatore. E' la mia banca o la mia assicurazione che vendono
il mio indirizzo? E' stato istituito un Garante ed un apposito
ufficio preposti a considerare i casi di violazione della privacy
dei cittadini, visibili ed invisibili - ma questa distinzione
dal punto di vista della comunicazione globale non esiste. Gli
archivi dei giornalisti dovranno essere notificati, se richiesti.
Alcuni dati personali, definiti "sensibili", come salute o sessualità,
potranno essere resi pubblici solo dopo personale consenso scritto.
Il divoramento del nostro spazio vitale, occupato mostruosamente
e totalmente dall'"esterno", ha reso possibile questa figura
del Garante, fragile eroe della democrazia e della libertà del
singolo, solitario scoglio che ha assorbito tutte le contraddizioni
del mare e delle sue onde. Per uno strano effetto di rovesciamento
prospettico l'ufficio del Garante mi ricorda la G.P.U. sovietica,
l'organo di pubblica sicurezza (spionaggio, repressione, deportazione,
assasinio ecc.) a Mosca in piazza Lubianka. Labirintici archivi,
camere per interrogatorio e prigione. La Sezione per la Controrivoluzione
aveva archivi dettagliatissimi sui comportamenti sessuali dei
sospetti in quanto dati "sensibili", come si dice oggi nel linguaggio
politicamente corretto, e quindi potenziali armi di ricatto
e di pressione. Un dato personale e privato a volte è più prezioso
di un voluminoso archivio-vita. In effetti gli stessi problemi
di limitazione della libertà individuale nei regimi totalitari
li ritroviamo oggi ma con un abito indossato a rovescio. Lo
scatenato desiderio di sparire come singolo, nello spazio dell'esposizione
pubblica e della coazione ad apparire, può presentare il fenomeno
strutturato su base, per così dire, "volontaria", libera, ma
non per questo meno terrificante della coercizione o dell'uso
della forza.
"La coercizione
ottiene i suoi risultati migliori dove la sensibilità è resa
più acuta" scrive Ernst Jünger, invitandoci discretamente a
"passare al bosco".
Avevo previsto
di telefonare a Ruggero Savinio intorno alle dieci di sera (o
della notte, come molti lettori forse preferiscono dire). Per
un momento ho avuto il cruccio che fosse ora tarda, in cui si
disturba (ma non era un disturbo che mi ero proposto?), aumentato
dal fatto che a quell'ora la nebbia avvolgeva la mia casa e
la città di Fellinia (4), mentre lì a Roma, qualche giorno prima,
avevo goduto di uno splendido sole e di una bella mostra a Villa
Medici. Eravamo in un alberghetto in Campo dei Fiori che anche
"spazialmente" definisce la mia amicizia con A. B. e sua moglie
G.V. Pensavo che l'ora per telefonare fosse buona per via di
certe mie congetture circa il tempo di una giornata per cui
alle 22 o si è ferocemente indisponibili o discretamente aperti
e possibilisti. Il signor Ruggero a quell'ora poteva leggere,
disegnare, dipingere, stare con la famiglia, ascoltare la tivù,
la radio o lo stereo, conversare con amici o qualsiasi altra
cosa che evocasse l'idea di "presenza" di ciò che in definitiva
è molto aleatorio e imponderabile. Con l'aiuto del 12, il servizio
Telecom Italia per informazioni telefoniche, tento una ricerca
immediatamente frustrata sul nascere dalla voce della "signorina"
meccanica che ripeteva, per tutta la notte, che in quel momento
era impossibile comunicare perchè in troppi comunicavano (intenso
traffico, come nelle autostrade). Ormai si faceva ora tarda
e in ore come quelle si telefonano agli intimi amici, a coloro
che amiamo e che vogliamo disturbare, per saggiare la consistenza
del loro amore e metterli ogni tanto alla prova. E' mezzanotte.
A quest'ora, in Campo dei Fiori, chiude la libreria Farenheit
451, titolo del film di François Truffaut del 1966, ove i pompieri,
invece di spegnere incendi, bruciano tutti i libri e perseguono
coloro che li posseggono. Per non disperdere la vita dei libri
ciascuno impara un libro a memoria per recitarlo e consegnarlo
ai giovani, e così per sempre. E' il cinema sul libro-vita.
Ed il cinema è appena a fianco, il Cinema Farnese, come l'ho
sognato più di vent'anni fa con le colonnine di ghisa all'interno,
le seggiole di legno, il parapettino all'ingresso e l'uomo dei
gelati. Da Farenheit ho acquistato Paesaggio con figura di Ruggero
Savinio che si apre con un testo: Rovine, affascinante tema
di studio di V. in questo periodo. Anche se si pensa subito
a Caspar Friedrich fin dal titolo, in realtà è un libro molto
poco romantico. Si chiude con un elegante ricordo dello zio
Giorgio De Chirico. E' bella questa piazza con i suoi angoli
cariati; potremmo lasciarla implodere in un cerchio o un ovale
come faceva Truffaut per chiudere una scena, sostando qualche
attimo, il tempo necessario per lasciarci il cinema in un cammeo.
Felicità in questa piccola piazza, quella che amo di più; il
cinema lì, con Truffaut a fianco e i suoi libri, e al centro
lui, cupo e pensoso, che se ne sta sul suo piedistallo consumato
ad accogliere e farsi scivolare tutta la pioggia di Roma, invisibile
e doloroso fantasma romano: Giordano!
Ascolta
il mio cuore, città!
Qualche
anno separa il tuo Tragedia dell'infanzia da Infanzia berlinese
di Walter Benjamin. Si scende in cantina (5) a giocare sotto
lo sguardo possessivo della morte. E ci si resta, eleggendola
dimora preferita e abituale; l'unica possibile per l'artista.
Anche delle rovine deve restare memoria e vanno pertanto custodite.
L'infanzia per te è stata l'apparizione della forma. Mantenuta
in ottima salute sino al 1951, un anno prima che tu morissi,
in un Ritratto coniugale. Il lato sinistro del volto, che si
mostra verso l'esterno, è immagine severa e acuta, con l'occhio
apparentemente sornione ma che scruta i dettagli della forma
della vita; mentre il lato destro, che quasi si adagia sul viso
di Maria, comincia a scomporsi nel gioco pittorico, con il globo
oculare quasi occluso dai geometrici e taglienti segni del pennello.
Dalla parte di Maria dunque non è necessaria la ginnastica dell'attenzione
ma ci si può immergere con serenità e senza timori nel mare
primitivo dell'accoglienza, che non ha prezzo e che a volte
puo renderci felici. In effetti tra la tua lettera a Maria del
1925, in cui issavi la bandiera perchè per la prima volta lei
ti diede del tu, e questo quadro coniugale, c'è una grande fedeltà
alla vita. Rendere visibile attraverso il pudore? Sono riuscito
finalmente a mettermi in contatto con Ruggero Savinio con i
numeri telefonici tutti in fila datemi da D. P. Mi risponde
una voce fanciullesca che chiama il papà e doppiata da un'altra
voce-eco appena meno giovane. Tuo figlio era impegnato alla
preparazione di una sua personale a Milano e, nonostante abbia
parlato quasi sempre io, mi è sembrato disponibile a risentirci
e a conoscerci. Bisogna concedersi ad alcune sere melanconiche
a Fellinia. La depressione lieve svolazza nella mia testa, ma
non pare volersi posare. Volatile incostante e migratorio che
porta con sè memoria di estese e piatte acque stagnanti, un
pò malsane. Per ora fa bella mostra delle sue piume nerogrige
avvitandosi in volo sopra di me e, per fortuna, non plana a
cercare cibo. Avrei comunque ben poco da offrirgli avendo ormai
ridotto alla povertà le parti molli e più appetitose o forse,
avendo un pò preso omeopaticamente le sue sembianze, non rischia
di nutrirsi di chi pare un suo simile (similia similibus curantur).
Oggi trionfa la chimica che alleggerisce gli uomini dal loro
pesante zaino; gli antidepressivi vengono distribuiti ai nostri
terremotati, che si tratti delle loro case o della vita. Compresse
che chiudono ogni discorso perchè è proprio il parlarne che
è un sintomo da curare dalla chimica in pillole. Un meccanismo
che si morde la coda, un'assurda idea di perfezione sociale
ed un anelito alla sfericità che viene ben rappresentata dai
media che gestiscono una conflittualità regolata. Paura dell'errore
e inammissibilità delle catastrofi naturali. Per fortuna questo
familiare volatile è compagno di creazione e di vita, ama chi
parla di lui e lo dispensa lasciandogli libertà, dirottando
il suo appetito verso prede meno eloquenti e più infelici, che
verranno inevitabilmente divorate. Mentre tornavo a casa in
macchina questa notte, dopo una cena con amici a Ravenna (che
tu visitasti troppo velocemente!), mi è tornato alla mente il
pane, convocato dallo stomaco, ed una tua voce nella Nuova Enciclopedia.
Dopo cene come queste, in ristorantini dai nomi letterari (per
riempire una sparizione materiale) gestiti da giovani proprietari
saputissimi e permalosi, che si mettono pericolosamente in competizione
con il cliente, ti accorgi che dopo un'ora hai di nuovo fame,
di salame, di formaggio e soprattutto di pane. La depressione
lieve viene poi alleggerita dalla notizia che D. P. è riuscito,
dopo i pessimi buongustai di Giulianova, a far accettare il
suo progetto per i De Chirico (o forse solo per te), e per Convergenze,
all'amministrazione di Castellalto e Castelbasso, due paesi
vicino Teramo, e che considero in definitiva una scelta più
saviniana (almeno per me). Mai sottovalutare i giocatori. Le
carte girano. A Teramo avevo un amico, morto alcolizzato, o
piuttosto vittima della classica menzogna materna. Sua madre
si era convinta che la donna delle pulizie al suo servizio da
più di trent'anni si scolasse le bottiglie di liquore mentre
suo figlio, di nascosto, a diciassette anni, prendeva la strada
dell'alcolismo nel gioco del non vedere e non sapere. Colpa
della serva! Tutta la preziosa collezione di bottiglie di liquore
in miniatura veniva bevuta e sostituita da acque colorate fedeli
al colore originale. Era un'artista del colore. Comunque si
affrontano i gradini del sociale, questa forma di rimozione
cieca e omicida delle madri, più o meno sofisticata, è sempre
presente. Come sempre, acuto sei stato nelle tue pagine sull'Abruzzo,
quando guardavi le cose che gli abruzzesi non guardano. Lo studio
di F. P. Michetti a Francavilla che "considerava l'umanità tutta
composta di secondini", le chiese di Guardiagrele che ti hanno
rivelato che "nella chiesa d'Abruzzo c'è meno retorica ma più
canto che in tante altre chiese molto reputate e famose", via
delle Caserme a Pescara "che è la via dell'artigianato minimo"
ove nella seconda metà degli anni Settanta io ho vissuto e che
ho visto trasformarsi in una strada piena di eventi d'arte contemporanea
e di bellissime donne decorative. Sulmona, e la mia prima scoperta
oltre le mura originarie, la rivelazione, da ragazzo, che c'era
dell'altro. Di cibo però hai parlato poco, non hai avuto forse
le condizioni di reciprocità storica tra te e il luogo e credo
che il vino da te decantato offerto da Concezio ad Ari non fosse
davvero tanto buono; la tua felicità ne ha camuffato sicuramente
il sapore ed è stato goduto all'insegna dell'ottimismo. Mai
bere il vino del nonno contadino! Hai ragione però sui caratteri:
"L'Abruzzese aborre dal piccolo". Ama l'eccesso aggiungerei
io. Lo si capisce in cucina dall'uso delle mani. L'uso delle
mani nude nella cucina è destinato a sparire come nell'arte
del tornire vasi. Questo utensile primario, che racchiude nel
corpo uso valore e "merce", si ritrova ancora nelle élite o
in ipocriti e sofisticati corsi di riappropriazione di ciò che
è defunto. In questo caso si mettono le mani in pasta in ciò
che è morto. In cucina le cose vanno diversamente: le mani sono
importanti alla vita, non palpano cadaveri. La quantità di cose
che possono fare le mani nella cucina abruzzese sono impressionanti.
In origine è la quantità che rende qualitativa la tavola. L'eccedenza
è segnalata dal corpo (e le mani) che si predispone nel piacere
dell'altro, è un atto collettivo, è la quantità di altri che
rende funzionale questa cucina totalitaria. Gli abruzzesi infine,
quando cucinano, hanno sempre quell'aria da fucile spianato
nei confronti dell'ospite. Nel vedere che tutto ciò che si è
cucinato viene mangiato produce una grande gratificazione, forse
più della gloria e della soddisfazione materiale. Anche il danaro
è eccesso, dilapidazione, dépense. Le cosiddette Panarde richiedono
forse un'adesione eccessiva che chi non ha dimestichezza con
il cibo e i suoi rituali non può capire. Sono gli stessi rituali
del gioco in un certo senso. Qualcosa che attiene alla vertigine,
all'Ilinx, come l'ha definita Roger Caillois alla fine degli
anni Sessanta. Una settimana prima della pasqua in viaggio in
macchina, con D. P. alla guida, verso Castelbasso. Come sempre
guida felice, rapida e tranquilla allo stesso tempo. La guida
dei giocatori. Loro possono avere incidenti esistenziali ma
non di macchina. Almeno spero che in futuro non procurino incidenti
agli altri. Il paese ci accoglie con due segnali che insieme
racchiudono le due facce di una civiltà: un cancello che apre
e chiude il paese quando questi è impegnato in una festa d'arte
o una sagra e, qualche metro più in là, i cessi pubblici, così
da potermi liberare di tutto il buono che avevo bevuto a tavola
a Pescara per la colazione-pranzo. Si entra in questo modo più
leggeri, dopo aver pisciato, come se quei cessi all'ingresso
ci invitassero ad una idea di alleggerimento indipendentemente
dalla chiamata delle vesciche. Da un parapetto, a pochi metri
dalla leggerezza, mi ha rapito un mirabile tramonto tra gli
spazi sconfinati di questa valle mammellata. Visita breve, occhieggiando
tra le fenditure di massicce porte di legno i fondaci che si
apriranno per la rassegna Convergenze (6). Gli artisti qui possono
combinare cose straordinarie; è sempre il piccolo il luogo di
elaborazione delle idee grandi. I fondaci ora appaiono vuoti
neri blindati che incutono il rispetto e il mistero della porta
chiusa. La ricerca del bar, delle sigarette, fa echeggiare il
nome della proprietaria che scende giù da casa ad accogliere
due ospiti troppo curiosi. Il locale era naturalmente già aperto
con gli anziani che giocavano a carte. Alle domande di D. P.
la donna appare subito di fertile intelligenza. Sa distinguere
e scegliere ciò che è stato di qualità e ciò che lo è stato
meno nella storia di "Castellarte", rassegna che purtroppo io
conosco pochissimo, ove l'iniziativa progettata da D. P. si
inserisce. Mentre lei parlava aveva accanto a sé un adolescente,
forse suo figlio, che ci scrutava con l'occhio ipercritico che
rastrella tutto e, a tratti, appariva più vecchio di sua madre.
Donne ancor giovani e più capaci dei loro uomini e più aperte
dei loro figli teleconformistici. Donne che comunque non lasciano
mai spazio dopo una virgola. Nella chiesa di questo antico paese
ritrovo le tue parole: "Noi troviamo un'accoglienza più calda,
meno materializzata, più metafisica nella facciata delle chiese
d'Abruzzo". In ciò che è immateriale si entra in punta di piedi
e con respiro più trattenuto, come in questa tardotrecentesca
antisanpietro. La scultura devozionale (con il Cristo nella
immancabile bacheca-bara) c'è tutta. Il demone che insudicia
con la sua pasticceria restaurativa per fortuna non è arrivato
a modificare lo scuro, che è ancora scuro, ed il chiaro, che
è ancora chiaro. Il tempo di questa chiesa è nel paesaggio che
si apre sconfinato. Potrei qui riesercitare il mio dialetto
abruzzese, un pò arruginito dal tempo ma che in compenso ha
mantenuto qualcosa di primitivo, di selvatico e desueto. Il
dialetto è la lingua materna, è parola che ci lega alla madre
e alla terra. E' la lingua dell'infanzia. E' molto difficile
che un adulto impari il dialetto altrui. La comunicazione dialettale
è comunicazione chiusa, fatta per i figli di madre e di terra.
Parlare il dialetto è un "nominare la terra" come mi ricorda
G.M. Dici bene: "I dialetti sono per noi dei mondi chiusi, delle
isole forse bellissime, ma alle quali non approderemo mai".
Quante volte i dialetti hanno platealmente e provocatoriamente
sottolineato la mia non appartenenza e nello stesso tempo alimentato
il mio esilio produttivo! Ora in qualche modo questo testo devo
chiuderlo. Come vedi tutto ciò che ho scritto è una rotazione
intorno ad una incertezza, ad una precarietà (si farà questa
camera verde e la mostra in tuo onore?). L'imponderabile, insieme
alla consapevolezza dei limiti ai quali siamo condannati salvificamente,
ha prodotto questo breve intrattenimento stimolato da te. Ti
lascio, per ora, in questa mattina bellissima, il ventidue aprile,
al mare, vicino Fellinia, seduto sulla sabbia con un vento capriccioso
che rende quasi impossibile la lettura delle pagine di un tuo
libro (non ti dirò quale!). Con questa sabbia e le conchiglie
sparse voglio tappezzare il pavimento della tua camera verde.
E' il mare che ci raduna.
(1) Un'adagio zen dice che quando un'idea è buona si può fare
a meno di realizzarla. Le bandierine, idea di un congelamento
metafisico del Kursaal di Giulianova, che dedica ai De Chirico
un omaggio, possono benissimo essere fatte da altri. Evidentemente
solo il difficile ci appassiona.
(2) Parola raccapricciante, che indica un rapporto di interesse
con un'ambigua mescolanza con la dimensione privata. Eredità
degli anni ottanta oggi estremizzata nelle orrende cene amicali
ove sotto la tavola ci si sbudella tranquillamente. La tua "teoria
dell'eleganza" per me resta oggi ancora valida.
(3) Anni sono le voci erano vere. Ci davano la sveglia al mattino
se lo desideravamo. Oggi la richiesta va effettuaua con la tastiera
e ci risponde una macchina. Bertrand Morane, protagonista del
film di Truffaut, "L'homme qui aimait les femmes", si innamora
inevitabilmente anche della voce sensuale della signorina dei
telefoni che lo sveglia al mattino, dal nome poetico Aurore,
con la quale riesce a conversare senza mai conoscere. Invisibile
e di nascosto la donna penetra nella casa di Bertrand e neanche
noi riusciamo a vederla. La più bella rappresentazione dell'uomo-
bambino!
(4) Fellinia è la città descritta da Sebastiano Vassalli ove
si svolgono le avventure de "il Profeta" nel romanzo 3012. La
città è la stessa ove attulmente io vivo: Fellinia.
(5) Nella casa dell'esistenza, tra i due estremi della soffitta
e della cantina, ho avuto più dimestichezza con la cantina.
Per Gaston Bachelard la cantina è "innanzitutto l'essere oscuro
della casa, l'essere che partecipa alle potenze sotterranee.
Sognando, ci si accorda con l'irrazionalità del profondo." (...)
"Nella cantina si muovono esseri più lenti, meno trotterellanti,
più misteriosi. Nella soffitta, le paure si 'razionalizzano'
agevolmente, nelle cantine, anche per un essere più coraggioso
dell'uomo invocato da Jung, la 'razionalizzazione' è meno rapida
e meno chiara, non è mai definitiva." (...) "La cantina è follia
sotterrata, drammi murati".
(6) La situazione si evolve. Tutto è mutamento. Non si chiamerà
Convergenze. D. P. dice che ormai porta sfiga, o forse è lui
a portarla. Scompare la mostra dei Savinio. Sarai orfano di
una mostra ed io, almeno per ora, non conoscerò i tuoi figli.
Non ci si potrebbe conoscere in un'altra vita? Non sarebbe più
comodo e meno stressante rimandare tutto ad un convivio di anime
e di cuori coraggiosi con la sola tessera di riconoscimento
di una vita giusta o almeno ben spesa? Ora si chiama - ma avverto
il lettore che non avrò più possibilità di aggiornarlo più perchè
questo testo va ormai in stampa - "Trasalimento di un campionario".
Bisogna immaginare questa mutazione perenne, accettarla come
condizione della stessa possibilità di esistere. Ma la camera
verde resta, fragile appostamento nell'attesa che un giorno
o l'altro vada in fiamme o esploda come qualcuno si attende.
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