
Marco
Biraghi: Monumenti in scatola
A
prima vista potrebbe sembrare una galleria di ritratti. Ed in
effetti, in questa serie di coloratissime immagini non si fatica
a individuare lineamenti e fattezze di volti, benché le loro
espressioni siano a dir poco sfuggenti. Tuttavia qualche cosa
in essi ci é familiare. Si tratta indubbiamente di visi conosciuti,
ma dove e quando sarebbe difficile dirlo.
La medesima impressione si prova allorché si rivedono degli
amici persi di vista da tempo, i tratti del volto dei quali
- sia pure dimenticati e sepolti - hanno continuato a soggiornare
presso di noi, e ora, richiamati d'improvviso alla mente dalla
presenza vivente di colui che li reca, riaffiorano proprio così
come erano allora, mentre solo in minima parte coincidono con
la loro versione attuale. Allo stesso modo queste facce - lo
sentiamo, più ancora di quanto riusciamo a saperlo - le abbiamo
già incontrate da qualche "altra"parte.
Forse questi volti hanno animato una volta i nostri sogni. Di
certo, hanno qualche cosa a che fare con la nostra infanzia.
Se non proprio nella configurazione attuale, un pò rimescolati
e certo meno ordinati, sono stati nostri compagni di giochi.
Per essi abbiamo provato assieme affetto ed invidia. Infatti
non c'era cosa che riuscisse loro più facile di quella che tutti
i bambini e spesso anche gli adulti con grande pena cercano
senza sempre trovarla: essere precisamente e semplicemente se
stessi. Questa loro capacità destava la nostra ammirazione e
ci faceva soffrire. Sarà probabilmente per questo che tanto
volentieri giocavamo con loro: per condividerne o strapparne
il segreto.
Ma come non è possibile apprendere la rotondità da una palla
o gli sgargianti colori da pennarelli e matite, così non ci
fu mai modo di farsi svelare l'arcano. Noi crescevamo continuando
a non sapere chi fossimo, mentre i nostri giochi rimanevano
sempre se stessi. E non diversamente accadeva a quegli oggetti
un pò strani che avevano il potere di colpire la nostra attenzione,
e che qui puntualmente ritroviamo: serrature, appendiabiti,
molle, guarnizioni di gomma, anelli per tende, pomelli, bastoncini
di legno, bacchette di metallo o di plexiglas, tessere di rivestimento,
decorazioni di mobili, oggetti in ceramica, orecchini, carte
per vasi, cristalli per lampadari, fusi per cucito, bottoni,
caratteri tipografici in bronzo o in acciaio, coni per pasticceria,
metri da muratore, cinghie di trasmissione, oltre naturalmente
a pezzi di lego e meccano, proiettili di gomma per pistole ad
aria compressa, giocattoli di latta e di plastica, carte colorate
e biglie di vetro.
Solo apparentemente tuttavia questi oggetti, con la loro immutabilità,
con la loro ferrea costanza in se stessi, avevano e hanno divieto
d'accesso alla vita: certo, la loro esistenza avrà magari meno
intensità di quanto ne reputiamo necessaria per riconoscere
a qualche cosa di essere vivo; cosicché, dal nostro punto di
vista, essi conducono forse una vita in sordina, "minore". Ma
essa dura in compenso molto più a lungo di altre, come tutto
quel che è inorganico rispetto all'organico. Ciò non significa
che anche gli oggetti non muoiano: anzi, è proprio il loro cessare
di esistere che sta a dimostrare che hanno vissuto davvero.
Infatti, soltanto ciò che ha la vita ha diritto pure alla possibilità
di morire.
Le cose che qui vediamo raccolte non sono ancora defunte, ma
certamente hanno alle spalle una lunga esistenza. L'età nella
quale attualmente si trovano è quella senile in cui, di più
ancora che compiere le azioni per le quali sono state create,
viene loro richiesta una sedentaria attività di memoria. Per
un compito simile, sono più che indicate le cassette in cui
sono state riposte: in una tale posizione di decubito, del resto,
giacciono tutti i nostri ricordi, non isolati e rinchiusi ciascuno
dentro il proprio cassetto, bensì inseriti all'interno di una
comunità dove continuano a vivere. In questo contesto l'artista,
piuttosto che l'infaticabile suscitatore del nuovo, figura come
l'amministratore giudizioso del mantenimento di ciò che già
esiste. La sua importanza, comunque, non diminuisce con questo.
Non fosse per lui, rimarrebbe ben poca cosa delle costellazioni
di oggetti che abbiamo dinanzi: così, quello che in esse riveste
il ruolo di bocche, di nasi, di occhi, di orecchie, si presenterebbe
confuso in quel gran bazar sotterraneo dentro il quale precipitano
tutti gli oggetti allorchè hanno smesso di essere utili. Le
geometrie tremolanti secondo cui si dispongono sembrano originate
proprio dal brivido che giustificatamente attraversa ciò che
è sfuggito all'immondizia quasi per caso.
Ma sbaglierebbe chi scorgesse in questi assemblaggi materici
il passatempo del frequentatore di discariche o il semplice
bricolage dell'artista, tardo epigono di Max Erst o Kurt Schwitters:
l'insistenza cocciuta con cui vi è ricercata e trovata la simmetria,
piuttosto, fa di queste composizioni dei veri e propri monumenti
alle cose, delle memorie portatili di una specie di oggetti
in via di estinzione. Monumentale, e perciò memorabile, infatti,
non è quanto possiede la connotazione del grande, bensì quanto
coniuga in un unico ordine la logica delle singole parti alla
necessità dell'intero. Ma ancora di più, la memoria che qui
viene salvata non è quella soltanto di una manciata di vecchi
arnesi caduti in disgrazia, ma in una qualche misura la memoria
stessa in senso più lato.
Il fatto é che perchè essa si eserciti ha bisogno di fissarsi
a degli oggetti precisi, proprio come una forza che per potersi
applicare necessita almeno di un punto. Ciò che questi variopinti
supporti tengono desta in noi in qualità di memoria, dunque,
è la distanza che ci separa da ciò che eravamo e che non possiamo
in ogni caso più essere. Perchè di una cosa almeno siamo sicuri:di
non essere-per il solo fatto di lasciarci commuovere da questi
balocchi - eterni fanciulli. Piuttosto attraverso di essi scorgiamo
l'ombra di noi stessi bambini che in un semplice gioco scoprivamo
per la prima volta la vanità di tutte le cose:
"Giro giro tondo
che ci faccio in questo mondo?
Ci faccio quel che posso
con il mio groppone addosso
quando non ne posso più
piglio le gambe e mi butto giù".
