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"Sistema Nervoso"

(English Version - Click Here)

 

 

Alberto Boatto

"Sistema Nervoso"

Successivamente, le diverse culture hanno avuto cura di indicare l'epicentro dell'esistenza dell'uomo, collocandolo in luoghi molteplici e sempre differenti del corpo, nel plesso solare o nel cuore, nei lobi del cervello oppure nel pneuma, nel respiro, nel soffio polmonare. Scrivo "epicentro"nel senso eruttivo e dinamico come se scrivessi "epicentro di un terremoto".
Si configura in tal modo una dettagliata topografia corporale, come si slarga la topografia di una città con i suoi incroci, i suoi vicoli ciechi e i suoi passaggi sotterranei.
Oggi non c'è dubbio, ciò che ci viene insistentemente indicato come il centro è il sistema nervoso, un ordinamento assieme diffuso e concentrato, disperso sino alla periferia e raccolto in più punti. Per quanto una topografia di questo tipo, significativa ed immaginaria, non possa identificarsi, oggi come nel passato, con una topografia anatomica tout court, rimane attivo fra i due un gioco di trapassi e di scambi.
Dicendo "sistema nervoso" mi immagino un centro-anatomicamente, il cervello o il midollo spinale-e un fascio di fili delicati e vibranti che si diramano in tutte le parti di un organismo animato. La vibrazione è quella delle erbe del mare o, con maggiore verosimiglianza, delle corde metalliche del pianoforte tempestate dai martelletti fasciati, molto a proposito, di pelle. Collocare l'epicentro dell'uomo nel sistema nervoso vuol dire raccogliere la vita attorno a i suoi sensi e ai suoi moti, scoprire, mettere a nudo, scarnificare, sezionare, scuoiare, esporre.
Un'operazione a cui è ignota ogni misura d'indulgenza, ma a cui appartengono i suoi opposti che recano nomi duri e accentati:i nomi di lucidità e di crudeltà. Di questo disperso universo, tutto scoperto ed esposto, Antonio Marchetti ci pone davanti una topografia monumentale. Pugni contratti, col pollice ben saldato all'indice, che si muovono fra l'iperrealismo e lo spettrale, tendono e stirano lunghi stracci neri. Proprio come i nervi dell'uomo vengono stirati e torti dalla violenza della realtà, nelle sue pressioni e nei suoi stimoli. O come un pittore stende la sua pennellata e i suoi colpi di spatola. Oggi mi sento uno straccio, non è una battuta di un personaggio di Beckett, bensì un luogo comune di ogni giorno. Ma da questo miserabilismo psicologico e autocompassionevole Marchetti ha estratto una gigantografia molto oggettiva:ha monumentalizzato una metafora attorno alle oscure reazioni dei nervi.
La vivisezione viene condotta tra il richiamo fisico della materia e l'astratta tentazione cromatica presenti nel rapporto nitido e dissonante del bianco e del nero. Le "linee di forza", che disegnano un grande arco temporale nel percorso dell'arte moderna, si sono trasformate in nervature, in fibre, in tensioni, in spasmi. E l'eleganza che, malgrado le ferite e i vuoti, avvolge questo crampo diffuso, è il segno che la lucidità costituisce la spinta segreta del sistema nervoso e creativo di Antonio Marchetti.

 

"Pesanervi" Legno, metallo, cera. cm. 245x244

 

Virginia Cardi

"Costruzione del dolore"
(testo per il catalogo della mostra "Costruzione del dolore", Pinacoteca di Ravenna, Santa Maria delle Croci, 1996)

Entrare nel merito della ricerca di Antonio Marchetti, in particolare di quella attuale, mi induce ad una considerazione iniziale sull'autore:un artista difficile, che ha bisogno di essere inteso nel lungo percorso che ha compiuto e restituito ad una attenzione più approfondita, per le esperienze maturate e per l'impegno di una coerenza sempre sostenuta. Costruzione del dolore, inseguendo dei significati a cui la mostra si àncora, è un impegno alla durata, é una sfida, che questi tempi bui rendono più meritevoli, tesa ad una resistenza ultimativa e pur necessaria.
Il dolore è un'esperienza indicibile. L'opera di Marchetti fa apparire, in una trama di allusioni, i crinali, i punti di erosione, gli strappi, cui è sottoposta la nostra esistenza;affida questa metafora a presenze e segni forti, che scandiscono lo spazio con le loro forme decise e pulite. La lacerazione, la ferita, come la presenza ricorrente della punta erano già da tempo i termini di una grammatica personale dell'artista, un motivo ispiratore perseguito. Anche il lavoro Tensione Nervosa, realizzato un anno fa e parte di una trilogia, era in qualche modo già intuito in opere precedenti;in particolare ricordo Doppio Legame:due volti, realizzato in marmo bianco, di profilo, tiravano con la bocca un drappo di seta rosso fuoco. La ricerca di Marchetti, pur nella sua varietà di mezzi espressivi, é coerente e porta il peso di scelte già presenti fin dai suoi esordi pescaresi negli anni settanta. Fedele ad un innamoramento giovanile per l'espressionismo nordico, di cui assume, fin dall'inizio i toni contrastati, i colori puri, Marchetti predilige le spigolature impietose, le impennate del segno che fissano già da allora uno stile riconoscibilissimo. Momento di formazione furono, d'altronde, sempre in quegli anni le frequentazioni pescaresi nelle gallerie di Lucrezia Di Domizio e di Mario Pieroni. Nascono in quella straordinaria congerie di esperienze materiche e concettuali nuove ispirazioni. I maestri a cui guardare, non vi é dubbio, sono Beuys, Pistoletto, Kounellis.
Le idee di fondo a cui legarsi sono da una parte teoriche:un'arte ideologica, tesa a ridiscutere in modo profondo l'umano e il sociale ma all'interno di poetiche piene di vitalismo, in cui l'eleganza e il gioco, pur nella sperimentazione, rimangono una cifra portante. Da retroterra, dunque, una certa avanguardia espressionista, suggestioni duchampiane e i punti cruciali dell'estetica degli anni settanta. Non meno caratterizzate sono le letture:Bataille, Junger, Cioran, autori difficili, contraddittori;alcuni dei quali divengono il momento di partenza di un dibattito che Marchetti articola nel corso della direzione della rivista Stilo, album d'arte di inediti e di conversazioni.
Tutto questo si ritrova oggi;in una fase di maturità e di tenuta delle esperienze elaborate, in una abile e consapevole capacità di articolare i linguaggi. Ma torniamo alla mostra e prendiamo in esame quelle opere che prendono il titolo Pesanervi. Dove se da un lato il fiato caldo di Artaud riconduce l'artista a riflettere su quella tragica macchina del dolore che é il corpo, molto presente da tempo nella sua ricerca, tutta volta a intessere epidermidi, crepe, venature, a individuare punti di resistenza;dall'altro é anche molto riconoscibile la memoria duchampiana del congegno meccanico, a cui Marchetti si é ispirato anche nel passato. Macchina celibe, la prima, macchina single la seconda, volendo saldare alle attuali alcune delle esperienze della seconda parte degli anni ottanta, che avevano individuato nell'idea del Single una originale gamma di espressioni. Dunque, il Single, termine denso e allusivo di autonomia, una certa radicalità, al contempo forma pura, oggetto spaesato, attraversato da un sano e un po' crudele narcisismo, ora apre le porte ad un comporre più articolato.
L'idea di costruzione dello spazio, di architettura nasce da un pensare all'opera come progetto originario. Costruire é un'azione impegnativa, poiché ci denuda, ci fa uscire allo scoperto;ed in questo essa si radica ad un fondamento:il dolore. Inteso in un'accezione dilatabile, metastorica, ma anche attuale. L'opera apre ad uno spazio esistenziale e il dolore come momento di conoscenza della realtà diventa centrale. Nell'accettazione di questa condizione, idea cardine nel pensiero della contemporaneità, si può pensare, nel disincanto, nella perdita alla costruzione. Il tema heideggeriano dell'essere gettato, l'immagine di straordinaria potenza dell'Angelus Novus, dove Benjamin fissava nella caduta la chance di un riscatto, sono idee conduttrici di questa mostra. D'altro canto Marchetti ha elaborato e fatto suoi questi temi, anche attraverso lo studio della mistica ebraica. Ma il dolore é anche qualche cosa d'altro, pare volerci indicare l'artista, é anche la prova del nostro sentire, del nostro essere vivi.
Scrive Jünger: I fiori che crescono sulle crepe della morte non impallidiscono ai nostri occhi.


Io non sono morto, ma sono separato
A. Artaud


Emerse
frammento d'interiorità emerse
da quel luogo di disaffezione

alza le palpebre con lentezza infinita
lentezza, rifondando, nel silenzio raccolto

modellato cammino di perseveranza
emerse
"Tempio delle mille mani" emerso
doloroso frammento ancora... ancora da una torsione
di testimonianze

e un mondo evapora, facendo spazio al nuovo
paese che s'erge

distillato cammino di perseveranza volgendo gli occhi
emerse, compiuto frammento.
nudità di canto dinnanzi alla vostra indifferenza
sboccia l'interiorità-ancora una volta-sboccia,
sboccia incessante!

in quel luogo di disaffezione
emerse

(volgendo gli occhi alle mie spalle
in una torsione di testimonianze
fissai l'ignoto, destandomi all'esilio)

Gianfranco Pernaiachi


Giacinto Di Pietrantonio ad Antonio Marchetti
(courtesy Cesare Manzo. Testo per il catalogo della mostra "Pesanervi", Pescara, Galleria Cesare Manzo,1994)

Caro Antonio,
Siamo arrivati ad un altro appuntamento del nostro pluriennale rapporto in cui ci scambiamo idee, osservazioni, riflessioni, immagini, forme senza formalismi, momenti in cui accettiamo un confronto e ci mettiamo in discussione sempre alla ricerca di quello che chiamiamo un nuovo mattino. Ma, mai come ora questo mattino sembra essere così minacciato, assediato dalla realtà, dagli ultimi avvenimenti e non solo italiani, dalle tensioni che sconvolgono il mondo, lo cambiano, lo mutano, lo trasformano nel bene e nel male.
Una volta noi sapevamo, o meglio, credevamo di sapere dove questa separazione, questa ferita si apriva, ora non ne siamo più sicuri e le tensioni che animano il mondo non sono quelle collettive, ma anche quelle che ognuno di noi vive quotidianamente, ciò che appunta ogni giorno nel diario dell'esistenza. Non lo sappiamo, perchè sono certo scomparse le certezze, ma anche i simboli che le rappresentavano, ad esempio gli angeli e i diavoli, figure, immagini che al di là del valore davano una forma all'invisibilità dell'immaginario.
Perché oggi non siamo più capaci di queste immaginazioni?
Pensa che bello sarebbe se riuscissimo ancora a vederli, a come sarebbe figurativamente trasfigurata la realtà se fossimo capaci di vedere questi personaggi con grandi ali bianche, capelli dorati e corpi lucenti e gli altri con ali rosse e corpi verdi saltellare tra di noi, l'immagine delle tensioni della realtà ne uscirebbe rafforzata dalla potenza della visione anziché dalla omologazione della televisione. Con questo, difatti, abbiamo rinunciato a ricercare l'immortalità dell'anima e del corpo, accontentandoci di allungare l'età media della vita, abbiamo rinunciato a vivere mille, duemila, ventimila anni e più.
Ma perché tutto questo?
Perché ci siamo sempre più modernamente consegnati alla cronaca, perché abbiamo sempre più dato valore al presente, perché abbiamo rinunciato al passato e al futuro, alla notte e al nuovo mattino in favore del giorno. Noi abbiamo bisogno di miti, leggende, epica che l'arte forse ci può ancora dare ed è per questo che uno sparuto gruppo di persone, artisti, critici, galleristi, etc. resistono ancora nel darsi da fare perché l'arte sopravviva, perché abbia ancora una espressione, una lettura, una casa. E' per questo che la riserva dell'arte resiste allo stesso modo degli eretici medievali che a tutti i costi tenevano duro nel conservare una visione del mondo diversa seppur minoritaria. Sì, non va nascosto che siamo una minoranza, ma va anche detto che in questa minoranza batte un cuore, il cuore segreto del mondo. Difatti, è di questi giorni il riacuirsi del dibattito intorno alla necessità dell'opera d'arte e dell'arte più in generale, ma in effetti è la questione cruciale di questo secolo, da quando si è andata sempre più marginalizzando, da quando si è mostrata sempre più lontana dalla realtà, perchè non più simbolica di questa e del potere che la rappresenta.
Ma la domanda ulteriore è: siamo sicuri che l'arte è qui dove la cerchiamo, o non sia migrata da un'altra parte?
La risposta è più facile di quanto sembri, perchè l'arte è lì dove ci indicano gli artisti.
Allora queste tue opere, le due che esponi e le altre che tieni nel segreto dello studio sono portatrici di tutto questo e in che modo?
Semplicemente con la loro tensione formale. Mi pare, infatti, che in esse, nei pugni che tirano gli stracci occupando la parete e nel grande cono che ingombra lo spazio, il comun denominatore, se si può ancora usare questa parola in un periodo di particolarismi, è proprio l'espressione dell'intensità della tensione, dell'energia che passa in un'opera. Difatti, non le mani, ma i pugni chiusi tutti diversi esprimono una concentrazione anatomica della potenza di un corpo avvolto, la trasformazione di un membro del corpo da un elemento di pace, la mano aperta, ad uno di guerra, il pugno; di un'anatomia che passa dalla quiete al moto. Ma non potendo più distinguere tra il bene e il male, un pugno che tiene uno straccio è anche una mano chiusa che si aggrappa e che tirando cerca di salvare qualcosa o qualcuno, come è testimoniato da una serie di mani-chiuse-pugni che si stringono formando una rete umana di solidarietà che segna il muro e crea immagine. Allo stesso modo il cono che ingombra, che occupa, che ostruisce lo spazio, ci angoscia, sbarrandoci la strada, ma dà anche una nuova configurazione, crea un nuovo confine, ci prospetta un diverso uso dello spazio che non avevamo finora notato. Ecco, a questo serve l'arte: a metterci a tu per tu con delle nuove visioni in alternativa alle televisioni.
Un affettuoso saluto.
Giacinto


Giorgio Marcon

Diffrazioni

"Quel che è molto bello, così prezioso in questa tela, è la mano. Una mano senza deformazioni, dalla struttura particolare, e che ha l'aria di parlare, come una lingua di fuoco. Verde, come la parte cupa di una fiamma, e che porta in sé tutte le agitazioni della vita. Una mano per accarezzare, e fare gesti aggraziati. E che vive come una cosa chiara nell'ombra rossa della tela." (A. Artaud)

Caro Antonio,
il dono delle tue visioni, involte nel tremore inquieto di un movimento in cui l'immagine si diffrange nel volto "spettrale" della cosa, si sottrae ad ogni appropriazione, perché l'essenza del dono irrompe il flusso lineare del tempo e proietta fuori di sé l'ipostasi del "presente". Si tratta della stessa eclissi temporale, oscura e inafferrabile, dell'icona, che tu interroghi con l'impronta, solcata da cicatrici, della tua mano, fin dentro gli strappi, le fenditure e gli spasimi dell'esistenza, da cui si snodano i sentieri scoscesi delle tue diffrazioni. Estese dunque al di là della sfera ottica, sede originaria del loro manifestarsi, tali diffrazioni procedono per scarti, salti e discontinuità, nel solco del tempo "patico" che ritma la vita, e aggirano il "principio di ragione", così come l'individuazione, necessaria e "continua", di una causa degli eventi. Anche le diffrazioni, alla stregua del dono, modulate da un tempo limbale, sospeso nel tempo, sconfinano dai "luoghi giurisdizionali" del visibile e dell'identico, e scavano una spaziatura sincopata che si configura come stigma di un pensiero frammentario, profuso dall'apertura della mano che dona donandosi e custodisce la cosa nel suo nascondimento anche quando la svela. "La mano offre e riceve, e non solamente cose: perché essa stessa si offre e si riceve nell'altra. La mano conserva, la mano porta. La mano traccia dei segni, mostra, probabilmente perché l'uomo è un segno... In ogni caso (il pensiero) è un lavoro manuale, un'opera della mano..." (M. Heidegger). La mano: un segno, un dono, un pensiero che non ambisce ad afferrare alcunché, e in tal senso sfugge alla sua stessa natura di organo prensile, né designa un itinerario "concettuale", mentre attinge la sua sostanza pensante accordandosi alla pienezza nascosta dell'apparire. Impensabile come un ente tra gli altri, come un oggetto, la mano, la tua mano, caro Antonio, incarna quella "pietà del pensiero" che preserva la sottilissima memoria delle cose nell'orizzonte aperto della diffrazione temporale e traccia il passo al di là, dove si situa il tempo sempre a venire, visibile e invisibile, della "grazia".

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