Vario son da me stesso

16 marzo 2010 § 0 Commenti

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“Vario son da me stesso”

Per Antonio Marchetti artista, è quasi impossibile identificare una valida definizione.
Potremmo considerarlo un eclettico per eccellenza, una sorta di intellettuale in cui il pittore, lo scultore, lo scrittore, l’editore, convivono in maniera singolare; l’importante esempio di un artista che non rifiuta la parola e non si rifugia nel mutismo per lasciar parlare le opere, secondo una vecchia concezione estetica.

"Konzert"

Tutta la sua attività sta a confermare la capacità grazie al dono dell’ironia, di spaziare in campi d’indagine diversi, con risultati sempre efficaci ed originali.
Ho conosciuto Antonio alla fine degli anni Settanta durante le lezioni di Storia dell’Arte all’Università di Pescara. Lui frequentava Architettura, io Lingue. I nostri approcci erano diversi anche se comune l’interesse per l’arte. Nel 1985 l’ho ritrovato a Pesaro, alla Galleria Deposito Figure, dove presentava la rivista “Stilo”. A quel tempo già cercava di non assecondare lo stereotipo dell’artista unicamente assorbito dalla sua ricerca estetica. Dipingeva e nello stesso tempo dirigeva una tra le più intelligenti e particolari riviste apparse nella baraonda cultural-consumistica degli anni ’80. Scoprii più tardi che essa era funzionale sia alla sua continua voglia di conoscenza che alla sua indomita necessità di dialogo e confronto. “Stilo” è stato un punto di incontro culturale, realizzato con grande sforzo e partecipazione da un artista che avvertiva come la conoscenza vera avesse bisogno del fare concreto, dalla progettualità realizzata.
Due anni più tardi una personale alla Galleria Manzo di Pescara, “Mimetico e Leggero”, presentata da Giacinto Di Pietrantonio, mi rivelava la sua produzione pittorica. I dipinti esposti sembravano ridursi in due tematiche principali: una che definirei poetica degli interni (nature morte, oggetti colti in momenti particolari con luci che regalavano alla loro immobilità un presentimento di vita segreta), l’altra che evocava spazi siderali, luoghi dalle tonalità notturne in cui si descrivevano comete di passaggio in spazi infiniti.

Tra queste una mi aveva colpito, lo “Psiconavigante”. Marchetti in questa opera rappresenta mirabilmente un personaggio sospeso in uno spazio astratto, in cammino dentro i notturni meandri della psiche, mentre viene colto da un’intuizione improvvisa, un’epifania. Un’opera in cui la concentrazione dell’attimo e l’accenno al continuo fluire degli eventi vengono rappresentati in una sintesi ammirevole. Ne fui affascinato, l’acquistai e oggi contrappunta molti dei miei attimi quotidiani.

Da quel momento, lo sviluppo dei nostri incontri e delle rinnovate discussioni si sono accordati a quello della sua ricerca e della mia conoscenza di essa. Alla fine degli anni ’80 Marchetti ha spostato l’azione verso la scultura ed il disegno che, in ogni caso, si riallacciavano con coerenza alle precedenti esperienze pittoriche. Appaiono i “Single”, oggetti scultura usciti da alcuni suoi dipinti per materializzarsi tridimensionalmente nello spazio. Potrebbero essere concepiti come “caffettiere” ma sapendo che il termine esprime la produttività della macchina, il funzionamento autosufficiente, il meccanismo di singolarità. I “Single” di Marchetti sono anche oggetti-personaggio, elementi non imbrigliati nella loro staticità decorativa, ma unità capaci di trasformarsi in particolari emblemi carichi di accordi e suoni segreti.

Museo dell'arredo contemporaneo. Russi, Ravenna

Altra caratteristica della sua ricerca è l’importanza attribuita al disegno come espressione originaria e come principio basilare del progetto preordinato. Il disegno per Marchetti non è soltanto appunto progettuale, primo abbozzo per opere successive, ma si fa spazio autonomo di indagine. Egli potrebbe fare sua la frase di Goethe: “quello che io non ho disegnato non l’ho visto”; il disegno come strumento che permette all’atto stesso di concretizzare l’intuizione. In molte opere dell’artista il titolo assume grande rilevanza, rappresentando il legame evidente con la sua passione per la scrittura; nei dipinti e disegni non appare come semplice cifra grafica, ma come segnale di evocazione. Nelle sue opere il titolo non risulta mai banalmente esplicativo o straniante, direi piuttosto che aumenta o rafforza il senso sotteso, una sorta di evidenziatore semantico. Con l’evoluzione della sua ricerca l’interesse critico per la sua produzione aumenta.
Tra le mostre più importanti ricordiamo: “Materialmente”, (una riflessione sulla scultura degli anni ’80) curata da Cristina Marabini e Dede Auregli alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, le personali “Disegni e sculture” alla Galleria dell’Immagine a Rimini e “Cento piccoli Single” alla Galleria Gian Franco Rosini presentata da Vittoria Coen. Pubblica per le Edizioni Essegi, “Plateau”, con un testo di Alberto Boatto. La sua ricerca, all’inizio degli anni ’90, si sposta verso la riflessione sul sottile meccanismo del gioco combinatorio. Piccoli disegni che, assemblati, creano un puzzle o arazzo; elementi che, mentre si riducono a formule geometriche essenziali, sottintendono la possibilità di combinazioni complesse. Un gioco ironico e sottile dove le miniaturizzazioni si assemblano come in un movimento prolifico per rivestire grandi superfici.
L’ultima sperimentazione dell’artista privilegia l’installazione, coinvolgendo tutto lo spazio in cui interviene. Ad “Anni Novanta”, la mostra curata da renato Barilli, egli precisa in maniera originale questo suo approccio. In un affascinante ed eterogeneo insieme, egli sistema anche a terra cento piccoli “Single” di cartone su cui scrive cento diversi titoli in un gioco di nominazioni differenti, mentre a parete campeggia una frase di Arcimboldo restituita dalla gioiosa libertà dell’acquerello: “Vario son da me stesso”. Una frase che per Antonio Marchetti rappresenta anche una carta d’identità.

Umberto Palestini


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La mia casa.

“Quando parto mi porterei via tutto”, dice Giuliana, personaggio chiave, in “Deserto Rosso” di Antonioni.

È riposto in questo pensiero il senso di un mancamento, di un’insufficienza di ciò che saremmo, privati delle cose; esse ci rappresentano, ci testimoniano, anche nella nostra assenza; come, al contrario, possono divenire permanenza espropriata al nostro venir meno.

Nel riconoscimento empatico di sagome familiari, assunte come cifrario, come sistema, come sistema di segni prende forma, nel frammento, l’opera di Antonio Marchetti. L’opera come l’esistenza si dà in una pluralità di parti, dunque, il frammento innanzitutto è una modalità di esserci, implica una scelta.

"Disk"

Tra le prioritarie ed antiche urgenze del linguaggio, vi è quella di fare dell’immagine, della scrittura il luogo fisico di ciò che ci appartiene, ancora prima di qualsiasi operazione di trasferimento simbolico, di reinvenzione astrattiva del mondo. Questa reciprocità, questo suo valore primario, archetipico, essenziale trovano una ragione d’essere fondamentale, oggi, nell’endemica proliferazione dei linguaggi, che in un paradosso epocale produce un disagio comunicativo, una condizione di carenza espressiva. Sempre più vistosamente è dato assistere ad un processo di elusione, più o meno volontario del reale ad opera del linguaggio; pare che esso campeggi quale momento autonomo, scisso dal pensiero, dai sentimenti, abbia perduto la sua funzione di conoscenza, di possesso; abbia prevalso il suo carattere degenerativo, di inganno, il suo uso politico nella forma del brusio.

Eppure quella cosa, quel corpo che è linguaggio siamo noi. In esso è dato riporre, in un accumulo lento, in un sedimentarsi, ritmato dalle frequenze del nostro respiro, nel differente accordo con l’esistenza, le tracce, i labili segni del nostro passare. In esso la volontà di resistere nel tempo che seguirà alla nostra morte.

Le cose siamo noi: quasi sfacciata e arrogante la loro persistenza.

L’immagine si fa oggetto, lo accoglie per rifondarlo. Io sono sempre diverso nell’atto di questa operazione; nel mostrarci, l’opera ci parla della nostra differenza nella continuità.

Le bandierine, le caffettiere, le piccole case, come i dischi volanti di Antonio Marchetti sono caratteri, parole chiave che strutturano il discorso poetico, la pars destruens, ironica oltraggiosa, un po’ malata, deviante, in rivolta contro l’altro, che, anche, è in noi.

È stata detta “parole”, “scrittura” questa componente eccedente del linguaggio, che il poeta flette nella lingua e la plasma, la fa propria.

"Tre case"

In questa forza di coesione, in questa tenuta è data l’opera, la sua durata. Essa si fa riconoscere, dandosi tra vari estremi: dall’irripetibilità del single, presente nel frammento, alla sua abdicazione quasi sacrificale nel molteplice; dalla massima invasione dello spazio alla sparizione entro un piccolo contenitore, dalla superficie all’oggetto, dall’immobilità del trenino di terracotta, all’animazione un po’ perversa degli utensili, degli oggetti meccanici che si innervano sul piano del supporto, protestando del luogo, in attesa di variare posizione, insofferenti del mezzo che ha dato loro forma.

L’opera di Antonio Marchetti è reattiva nei confronti del presente e al contempo comprensiva. Si mostra, in una tensione progettuale del reale, ben cosciente della prorpia autonomia e inattualità. Il cambiamento delle coordinate contestuaali determinerà una nuova messa in scena o se vogliamo una mise en abîme: l’esibizione scenica comporta un rischio estremo, né il gioco è meno pericoloso; il suo carattere di non necessità rende l’opera aperta ad un possibile. Le tessere di acquerelli, nel loro proliferare, nell’insorgenza di segni pescati dall’immaginario quotidiano, dell’infanzia, appaiono, sono evento colorato che vibra alla luce, figurine per giocare e da scambiare.

"Cento single"

Ma il più impercettibile turbamento farà aumentare la loro già connaturata mobilità, e da composte e ben ordinate potrebbe darsi che assumano posizioni irriverenti, si capovolgano, si ribaltino, cadano ad una ad una nella scatola destinata ad accoglierle; nella loro leggerezza, nella consistenza di cartoncino sottile è implicita l’idea di una moltiplicazione, come di una scomparsa; tutto può darsi nell’immagine, in questo doppio.

Nell’apparente divertimento del gioco, l’innocenza è perduta.

La levità del piacere visivo contiene ma certo non sovrasta l’inquietudine della ripetizione; nello spostamento impercettibile, nella variazione lenta, non nella notte ma nell’ordine del giorno, nella precisione del tratto, nella liquidità tersa del colore si stende l’ombra qualche piccololo scelus.

Virginia Cardi

© Galleria d’arte Balena

"Face"

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Galleria Balena, Rimini

"Vetrata"

Teatro Petrella, Longiano. Mostra "A Teatro!"

"Freaks", Galleria Gianfranco Rosini

Le Navi, Cattolica. "Anni Novanta"

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«Vario egl’è da se stesso». A tu per tu con Antonio Marchettidi Marina Mannucci

«Come la melanconia è la tristezza diventata leggera

Così lo humor è il comico che ha perso la pesantezza corporea»

Italo Calvino, Lezioni americane

Erano un po’ di mesi che pensavo ad un’intervista ad Antonio Marchetti; la consapevolezza delle mie inappropriate conoscenze in campo artistico mi ha però indotto per lungo tempo a frenare i miei entusiasmi. L’urgenza di poter testimoniare l’opera di questo artista che ha vissuto, lavorato e realizzato importanti progetti sia artistici che culturali a Ravenna, mi ha infine convinta ad “azzardare”; ho pensato che avrei potuto superare furbescamente il mio ostacolo “intellettuale”, limitandomi a concentrare l’intervista su alcune domande che facessero ricadere completamente su Antonio l’onere del “raccontare”. In tal modo, non solo ho schivato le fondate remore, ma ho anche avuto la certezza di regalare ai lettori una testimonianza importante sia dal punto di vista artistico che dell’esposizione dei contenuti. Antonio Marchetti, «flâneur sulla spiaggia deserta», oltre «ad essere cattivo, con un’ironia da retrobottega, riservata al buon palato, coltivare serpi in seno e sputare su dio e sui santi non dimenticando donne e bambini che sempre andrebbero salvati (e per primi), oltre a non amare il vicinato e ad essere fedele alla linea che non c’è», come scrive Simonetta Melani su «Il Grandevetro», ha infatti il dono, assai raro, di scrivere nel modo unico, essenziale ed esaustivo di chi nasce dotato di quel talento che trasforma il pensiero astratto in simboli scritti non lasciando che nulla si perda nella trasposizione.

Antonio, iniziamo con il racconto del tuo arrivo a Ravenna e dell’impatto col “vivere” e l’essere artista in questa città criptica e ipnotizzante?

Sono arrivato a Ravenna alla fine del 1981. C’era un posto al Liceo Artistico. Venivo da una città ove per avere un certificato facevi una richiesta e lo ritiravi giorni dopo, mentre qui l’impiegata comunale mi richiamò: “dove va? aspetti 5 minuti e le consegno la nuova residenza”. A Pescara la domenica mattina ci si vedeva in piazza, qui invece la piazza era vuota: dove si nascondevano i ravennati? Fascinazione e distanza hanno accompagnato il mio soggiorno in questa enigmatica città, quasi 14 anni. Fascinazione per la nebbia avvolgente che prepara apparizioni (io l’ho sempre vissuta, la nebbia, come cifra erotica…), per la bellezza dei suoi monumenti e l’efficenza dei servizi al cittadino, per il temperamento delle sue donne con un’emancipazione superiore al resto del Paese, per la qualità dell’istruzione che mio figlio ha avuto la fortuna di usufruire sino all’adolescenza. Distanza perché tutto mi appariva sin troppo organizzato e ingessato, con molte contraddizioni: “comunismo” con alto senso della proprietà, culto del dialetto ed intrusione culturale quasi proto-leghista, diffidenza verso l’altro, verso l’extramuros, scarsa possibilità di iniziativa individuale visto che tutto era cooperativa (persino i bar), tutto partito o, in alternativa, massoneria. Eppure pian piano, questa città ti sa dare anche molto, e per me questo è stato importante perché non ho mai scelto un’appartenenza, pagando prezzi anche alti sul piano personale ed artistico. Con l’incoscienza che si ha da giovani fondai una rivista, «Stilo», che mi ha dato la possibilità di conoscere artisti ed intellettuali di fama internazionale. L’esperienza si concluse con il convegno “L’immagine della Terra” a Palazzo Corradini ove allestii una mostra di Mario Giacomelli, la sua famosa serie “Storia della terra” (credo fosse la prima volta per Ravenna). Nel tempo ho avuto due studi in città, ma come artista ero invisibile, extracomunitario, non ho mai esposto a Ravenna (a parte una piccola cosa da Danilo Montanari nel suo spazio vicino Piazza del Popolo). Quando negli anni Novanta mi sono trasferito a Rimini ho fatto la mia prima mostra ravennate in Santa Maria delle Croci (si intitolava “Costruzione del dolore”). Insomma dovevo andare via per far qualcosa in città. Poi ci fu l’invito di Franco Masotti per il Ravenna Festival nel ’97 con il suo progetto “Transcaucasia” a cui partecipai con l’installazione “La Camera verde” nella Cripta Rasponi e con il mio “Ascoltando Kancheli”. Aggiungo la bella avventura intellettuale del Circolo Gramsci, che considero un’esperienza formativa in cui mi sono anche divertito molto, notevole libertà, mi sentivo quasi sdoganato pur non avendo la tessera del Partito, un’esperienza per Ravenna quasi unica, in un crinale storico ove forse ciò era possibile, impensabile oggi con la stessa scioltezza audacia e senso giocoso, pur affrontando tematiche molto serie ed epocali, alcune profetiche…

Alcuni amici di allora sono rimasti tali e con loro ogni tanto si fa qualcosa insieme. Con Alberto Giorgio Cassani abbiamo una collaborazione da anni, Gian Paolo Solitro documenta fotograficamente il mio lavoro da oltre 25 anni, ha quasi tutto il mio archivio. Per me Ravenna è ancora una risorsa della mia esistenza, e del mio lavoro. Ci torno sempre volentieri e le cose negative con il tempo si stemperano lasciando in risalto quelle positive. Sarà l’età, non so…

Quindi del tuo soggiorno a Ravenna, nel ricordo, è inevitabile un intreccio di persone, situazioni e luoghi, le cui sfumature variano nel tempo?

A Ravenna ho conosciuto e lavorato con bravissimi artigiani. Con un anziano fabbro di Mezzano realizzai diversi lavori scultorei e con Ricardo Casciello, che lavorava all’epoca nei cantieri navali, ho realizzato un “single” (così si chiamavano i miei lavori negli anni Ottanta) gigantesco, in lamiera zincata, esposto alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna nella mostra “Scultori degli anni Ottanta”. A Faenza ho ripreso il lavoro con la ceramica che avevo conosciuto da ragazzo a Francavilla al mare, vicino Pescara, da uno scultore ceramista presso il quale mia nonna d’estate mi mandava per tenermi occupato. Dopo Faenza è venuta la conoscenza della provincia di Ravenna e delle sue terre più estese, una rivelazione. Bagnacavallo, Lugo, Comacchio, Porto Garibaldi, la struggente e melanconica, d’inverno, Casal Borsetti; la campagna, infinita, nebbiosa e notturna con fantasie di vite clandestine e letterarie. Nei viaggi tra i luoghi erano i vuoti spaziali da colmare per arrivarci ad affascinarmi di più, ma non erano vuoti, erano esperienze. Un dipingere con gli occhi. Nelle saline di Cervia i tramonti d’ottobre sono mirabili, nella foce del Bevano c’era una Iliade miniaturizzata. In questa conoscenza più “profonda” e “rivelatrice” del paesaggio ravennate (ancora per poco l’orribile parola “territorio” teniamola a distanza) ho vissuto nuovi e inaspettati amori. A questa città apparentemente statica io corrispondevo con i miei anni più avventurosi e rischiosi, direi dai trenta ai quarant’anni. Questa è l’età, per un uomo ed un’artista, della massima forza e potenza (e incoscienza), ma sono anni anche critici; qui si costruisce la consapevolezza ed un possibile futuro.

Però mi è mancato il mare. Al mio primo arrivo in stazione vidi i ponti delle navi sopra i profili dei treni. Sorprendente. Ma non era il mare, il “mio” mare. Il mare lo ascriverei alla categoria della distanza. C’era, ma non all’orizzonte, e non a portata di bracciate, e soprattutto mi appariva come rimosso. Ravenna è città di “terra”. Come la sua cucina.

Negli anni Novanta, poi, la mostra curata da Renato Barilli: un evento importante.

Mi chiedi della mostra anni Novanta di Barilli. Scusami se rispondo prendendola larga. Gli anni Novanta, non dimentichiamolo, si aprono con guerre, nazionalismi e odi etnici, e con la cosiddetta prima guerra del golfo. Nel 1988 feci un viaggio in Unione Sovietica, in piena crisi di regime, e conobbi quasi casualmente un folle e affascinante Evgenij Evtušenko che stava girando un film su Stalin; mi sembrava che tutto fortunatamente si stesse sfaldando, tutto si rimescolava… io ho vissuto quei due anni dal 1988 al 1990 in modo quasi febbrile  sul piano creativo, esistenziale, politico. Nel 1991 ho cambiato vita dal punto di vista familiare, ripartendo quasi da zero. Mi ero appassionato ad Hannah Arendt e decisi una volta tanto di rivolgermi al Partito, non conoscevo nessuno, per proporre una iniziativa sul suo pensiero. Mi dissero che c’era un giovane che voleva ricostituire un ormai morto Centro Gramsci in città. Mi incontrai alla “Ca’ de Vèn” con un ragazzino di nome Alberto Cassani infilato dentro una divisa da vigile del fuoco. Da lì nacque il Circolo Gramsci, con il logo realizzato e donato da Claudio Bartolucci di Pesaro. Ci tengo a “ridire” questo perché le memorie vanno scomparendo e la politica le uccide. La mostra alle ex colonie “Le Navi” di Cattolica per “Anni Novanta” dell’ineffabile Barilli per me fu la sintesi di quello che ti ho detto prima: piccole macchine da guerra, carri armati di cartone e un esercito di carrettini contenenti ciascuno una declinazione della parola “single”. A parete, grandi caratteri acquerellati a formare l’enunciato “vario son da me stesso”, ormai mia cifra personale e che dal 2007 è anche il nome del mio “journal”, blog se vuoi, sul web. Era il mio manifesto.

In quegli anni mi sentivo “sismografo”, ed avevo anche un po’ di “mercato”.

I tuoi lavori, contrassegnati da riflessioni materiche legate all’architettura, lasciano trasparire la necessità di usare luoghi, spazi e volumi per comunicare, per esprimere la tua arte; in “Citycolor”, la tua ultima personale del 2010, si aggiunge un’esplosione di colore che esprime, beffarda, un’ironica “leggerezza”.

L’architettura mi accompagnerà per tutta la vita. Non sono architetto, non ho concluso gli studi di architettura, e credo di essere un paradosso perché la insegno al Liceo da 36 anni senza una laurea.  Altre normative, alla fine degli anni Settanta… Sono un  dilettante, un autodidatta, ed il problema del dilettante è che deve studiare continuamente, un po’ come l’eroe greco che deve dimostrare sempre, ogni volta, il suo valore, deve ricominciare ogni volta daccapo mentre chi ha gli studi a posto si può “rilassare”. Il dilettante è fastidioso come puoi immaginare. Il mio è un approccio all’architettura dilettantistico, e non dilettantesco. Sono appassionato di storia dell’architettura del Novecento e di quella contemporanea. L’architettura è presente nel mio lavoro sia nell’aspetto installativo, con le inevitabili letture ed interazioni spaziali, che nell’opera pittorica. La mia ultima mostra personale a Rimini, nella Galleria percorsi Arte Contemporanea nell’ottobre del 2010, si intitolava per l’appunto “Citycolor”. Sono immagini di città, risolte tridimensionalmente, a volte costruite con spilli per entomologia. C’è molto cromatismo nelle mie ultime cose. Da anni sono passato dalla “costruzione del dolore” alla “ricostruzione del colore”, come auspicava per me lo scomparso Giorgio Gallizio. Con il colore ho riscoperto la “leggerezza”, che, per attuarsi –  utilizzando  una metafora architettonica – ha bisogno di “stabilità”; parola da aggiungere a quelle di Italo Calvino nelle sue Lezioni americane.

Sì, hai ragione Antonio, «la leggerezza […] si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso» (Calvino): grazie per avermi concesso questa “preziosa intervista”.

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Febbraio 2011. Pubblicato su “Trovacasa”, Ravenna

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