Monumenti in scatola

4 aprile 2010 § 0 Commenti


A prima vista potrebbe sembrare una galleria di ritratti. Ed in effetti, in questa serie di coloratissime immagini non si fatica a individuare lineamenti e fattezze di volti, benché le loro espressioni siano a dir poco sfuggenti. Tuttavia qualche cosa in essi ci é familiare. Si tratta indubbiamente di visi conosciuti, ma dove e quando sarebbe difficile dirlo.

La medesima impressione si prova allorché si rivedono degli amici persi di vista da tempo, i tratti del volto dei quali – sia pure dimenticati e sepolti – hanno continuato a soggiornare presso di noi, e ora, richiamati d’improvviso alla mente dalla presenza vivente di colui che li reca, riaffiorano proprio così come erano allora, mentre solo in minima parte coincidono con la loro versione attuale. Allo stesso modo queste facce – lo sentiamo, più ancora di quanto riusciamo a saperlo – le abbiamo già incontrate da qualche “altra”parte.

Forse questi volti hanno animato una volta i nostri sogni. Di certo, hanno qualche cosa a che fare con la nostra infanzia. Se non proprio nella configurazione attuale, un pò rimescolati e certo meno ordinati, sono stati nostri compagni di giochi. Per essi abbiamo provato assieme affetto ed invidia. Infatti non c’era cosa che riuscisse loro più facile di quella che tutti i bambini e spesso anche gli adulti con grande pena cercano senza sempre trovarla: essere precisamente e semplicemente se stessi. Questa loro capacità destava la nostra ammirazione e ci faceva soffrire. Sarà probabilmente per questo che tanto volentieri giocavamo con loro: per condividerne o strapparne il segreto.

Ma come non è possibile apprendere la rotondità da una palla o gli sgargianti colori da pennarelli e matite, così non ci fu mai modo di farsi svelare l’arcano. Noi crescevamo continuando a non sapere chi fossimo, mentre i nostri giochi rimanevano sempre se stessi. E non diversamente accadeva a quegli oggetti un pò strani che avevano il potere di colpire la nostra attenzione, e che qui puntualmente ritroviamo: serrature, appendiabiti, molle, guarnizioni di gomma, anelli per tende, pomelli, bastoncini di legno, bacchette di metallo o di plexiglas, tessere di rivestimento, decorazioni di mobili, oggetti in ceramica, orecchini, carte per vasi, cristalli per lampadari, fusi per cucito, bottoni, caratteri tipografici in bronzo o in acciaio, coni per pasticceria, metri da muratore, cinghie di trasmissione, oltre naturalmente a pezzi di lego e meccano, proiettili di gomma per pistole ad aria compressa, giocattoli di latta e di plastica, carte colorate e biglie di vetro.

Solo apparentemente tuttavia questi oggetti, con la loro immutabilità, con la loro ferrea costanza in se stessi, avevano e hanno divieto d’accesso alla vita: certo, la loro esistenza avrà magari meno intensità di quanto ne reputiamo necessaria per riconoscere a qualche cosa di essere vivo; cosicché, dal nostro punto di vista, essi conducono forse una vita in sordina, “minore”. Ma essa dura in compenso molto più a lungo di altre, come tutto quel che è inorganico rispetto all’organico. Ciò non significa che anche gli oggetti non muoiano: anzi, è proprio il loro cessare di esistere che sta a dimostrare che hanno vissuto davvero. Infatti, soltanto ciò che ha la vita ha diritto pure alla possibilità di morire.

Le cose che qui vediamo raccolte non sono ancora defunte, ma certamente hanno alle spalle una lunga esistenza. L’età nella quale attualmente si trovano è quella senile in cui, di più ancora che compiere le azioni per le quali sono state create, viene loro richiesta una sedentaria attività di memoria. Per un compito simile, sono più che indicate le cassette in cui sono state riposte: in una tale posizione di decubito, del resto, giacciono tutti i nostri ricordi, non isolati e rinchiusi ciascuno dentro il proprio cassetto, bensì inseriti all’interno di una comunità dove continuano a vivere. In questo contesto l’artista, piuttosto che l’infaticabile suscitatore del nuovo, figura come l’amministratore giudizioso del mantenimento di ciò che già esiste. La sua importanza, comunque, non diminuisce con questo. Non fosse per lui, rimarrebbe ben poca cosa delle costellazioni di oggetti che abbiamo dinanzi: così, quello che in esse riveste il ruolo di bocche, di nasi, di occhi, di orecchie, si presenterebbe confuso in quel gran bazar sotterraneo dentro il quale precipitano tutti gli oggetti allorchè hanno smesso di essere utili. Le geometrie tremolanti secondo cui si dispongono sembrano originate proprio dal brivido che giustificatamente attraversa ciò che è sfuggito all’immondizia quasi per caso.

Ma sbaglierebbe chi scorgesse in questi assemblaggi materici il passatempo del frequentatore di discariche o il semplice bricolage dell’artista, tardo epigono di Max Erst o Kurt Schwitters: l’insistenza cocciuta con cui vi è ricercata e trovata la simmetria, piuttosto, fa di queste composizioni dei veri e propri monumenti alle cose, delle memorie portatili di una specie di oggetti in via di estinzione. Monumentale, e perciò memorabile, infatti, non è quanto possiede la connotazione del grande, bensì quanto coniuga in un unico ordine la logica delle singole parti alla necessità dell’intero. Ma ancora di più, la memoria che qui viene salvata non è quella soltanto di una manciata di vecchi arnesi caduti in disgrazia, ma in una qualche misura la memoria stessa in senso più lato.

Il fatto é che perchè essa si eserciti ha bisogno di fissarsi a degli oggetti precisi, proprio come una forza che per potersi applicare necessita almeno di un punto. Ciò che questi variopinti supporti tengono desta in noi in qualità di memoria, dunque, è la distanza che ci separa da ciò che eravamo e che non possiamo in ogni caso più essere. Perchè di una cosa almeno siamo sicuri:di non essere-per il solo fatto di lasciarci commuovere da questi balocchi – eterni fanciulli. Piuttosto attraverso di essi scorgiamo l’ombra di noi stessi bambini che in un semplice gioco scoprivamo per la prima volta la vanità di tutte le cose:

“Giro giro tondo

che ci faccio in questo mondo?

Ci faccio quel che posso

con il mio groppone addosso

quando non ne posso più

piglio le gambe e mi butto giù”.

Marco Biraghi


… Nascono dallo stato di vuoto di un annoiato collezionista di cose inutili, recuperate dal fondo del’inessenziale e della marginalità, anche dalla spazzatura. Il progetto si è delineato spontaneamente in tracciati di volti, archetipi di volti, maschere, dominati dal demone della simmetria e dello specchio, che hanno aiutato l’idea compositiva, il farsi di una “regola”, per così dire.

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