Antonio Marchetti. Un ricordo di Rosita Lappi

9 luglio 2016 § 0 Commenti

Abbiamo il piacere di pubblicare il bell’articolo di Rosita Lappi apparso sul numero di novembre 2015 di Aracne in occasione della mostra teramana di Antonio Marchetti, Disegno dal vero (ottobre-dicembre 2015)

 

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Antonio Marchetti, Aracne, 2011

E ve l’ho già detto: niente opere, niente lingua, niente parola, niente spirito, niente.

Niente, se non un bel Pesa-Nervi.

(Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara e altri scritti, Adelphi Milano, 1985)

Antonio Marchetti è stato un prezioso amico e collaboratore di ARACNE. Con la generosità che gli era consueta aveva aderito al progetto editoriale della rivista creando un rubrica di osservazioni e riflessioni dal titolo acuto e preveggente: Kriptonite. Una rubrica che aveva voluto intendere, come si diceva un tempo, di varia umanità o, come indicava Alberto Savinio alla voce professione nel suo biglietto da visita: di varietà.

Aveva scelto come copertina una sua opera, un’immagine perturbante, una intuizione dolorosa del destino che lo attendeva di lì a poco, sapendo della malattia, con una consapevolezza tragica eppure serena, arresa, come una meditazione sulla fine.

Antonio ne portava il peso angoscioso in silenzio, interrogando il tempo futuro -aveva bisogno di tempo!- quando, finalmente libero da impegni istituzionali, si apprestava a mettere a punto progetti ed obiettivi della sua poliedrica ricerca artistica.

“La Kriptonite”, scrive Antonio nella presentazione, “è un minerale che si presenta in forma cristallina proveniente da Kripton, il pianeta dove nasce Superman, l’uomo d’acciaio dotato di superpoteri. Sottoposto ad una esposizione eccessivamente lunga alla kriptonite il supereroe si indebolisce, diventa un comune mortale, prova dolore, può ammalarsi e non è più invulnerabile. La potenza svanisce. Una dose massiccia di kriptonite, dopo l’esplosione di Kripton, si è conservata sul pianeta Terra e per cause ancora sconosciute sta riattivando la sua azione distruttiva menomando equilibri e sicurezze gettando il mondo degli uomini in una crisi globale mai vista prima, privandolo di supereroi e superuomini. Siamo diventati tutti più deboli. La radiazione chimica è inquietante, malata, aggressiva… Come la peste descritta da Antonin Artaud per il suo teatro anche la kriptonite uccide le parti interne, senza lasciar trasparire segni all’esterno.”

Dichiarava così la lenta, oscura opera distruttiva del veleno che lo minava. I suoi brevi testi sono insaturi, provocatori, spesso pervasi da amarezza, ma ancora sulfurei, sanguigni, eppure disponibili, umani. Pur indebolito e spaventato, era ancora alla ricerca di dialogo e confronto, come uno psiconauta della verità, per lui una pressante necessità.

Nel suo modo disincantato, era giunto in contatto nel tempo con una sua componente morbida, tenera, e sapeva ben cogliere e comprendere la debolezza dell’altro, per condividere, senza schermi e infingimenti, la rivelazione della vulnerabilità al dolore.

Pensava spesso alla morte, nel suo ultimo scritto per Il Grandevetro si chiedeva chi lo avrebbe preservato dalla vergogna da morto, quando sarebbe stato esposto agli sguardi e non avrebbe potuto rispondervi, proteggendosi col pudore. Lasciava vedere la sua anima più umana, scoprendosi e spiazzando il lettore.

Cercava interlocutori, non credo ne trovasse nei suoi ultimi anni; troppo distratto e superficiale il prossimo per fermarsi a cogliere i suoi richiami; troppo vasta la sua cultura per non perdersi sconsolata, se non nella altrui insipienza, in un vuoto di impegno intellettuale, cifra tipica di questi tempi.

Nei suoi scritti si avverte lo sgomento di un pensatore solitario che deve tenere le fila di un discorso interiore per non smarrirsi. Ma della solitudine coglieva il suo essere ‘singolare’, eccentrica e libera, trovando motivi di ironico gioco, divertendosi con i Single, un mondo di personaggi, buffe macchine ‘quasi’ celibi che si aggirano in un mondo grottesco.

La sua potenza creativa si manifestava ovunque egli portasse il pensiero ed il gesto. Ne danno conto i numerosi bellissimi progetti realizzati insieme ai suoi studenti, l’impegno intellettuale che ha percorso tutta la sua vita, la sua scrittura narrativa e saggistica, la sua opera artistica.

Il suo mondo visionario è una esplosione di vitalità in bilico, tra temi e immagini che sembrano percorrere una traiettoria sempre esposta a misurarsi con il limite, soggetta a dare conto delle fratture, delle polarità, delle movimentazioni umorali estreme.

Un mondo esploso e di nuovo riassemblato nei suoi mille frammenti, che faceva pensare al profondo lavoro di riassetto che produce la mente mentre sogna, e mentre fantastica, producendo nuovi e bizzarri arrangiamenti e narrazioni.

Antonio era tellurico ed esplodeva talvolta in passionali esternazioni, e doveva sapere bene quanto lavoro serve per ricomporre un assetto mentale sconvolto, e quanta ironia sia necessaria per trasporre questo stato caotico in un nuovo gioco creativo. Che è anche un’ipotesi per spiegare la necessità dell’arte.

Molte sue opere hanno un delizioso carattere infantile, ricordano le scatole di latta in cui riponevamo da bambini le figurine, le biglie di vetro e i piccoli oggetti che ci avevano incantato, tenendoli in un luogo segreto per poterne godere la loro magia.

Amava la tensione che tiene il tutto in equilibrio instabile, la realizzava nelle sue opere in cicli affascinanti, oggetti composti in forme sempre mobili e arieggianti di bricolage aereo, come gli Angelus Novus, i tanti collage e giochi ad incastro, le scatole diorama, le teche da entomologo con reperti letterari, gli arazzi e le installazioni con cui componeva e ricomponeva i suoi abbecedari di parole e di colori, suoni e ritmi, attraversati da elettrica tensione.

Così i Pesa Nervi sembrano grovigli di pensiero ribelle e di folle saggezza, aggeggi ineffabili che in grandi installazioni componevano il Sistema nervoso, il cui diretto rimando alla prosa sofferta di Antonin Artaud ne rivela l’enigmatico nonsense, il fastidio per il vaniloquio, la chiacchera, la pompa.

Resta, a chi ha condiviso con lui il suo percorso umano e artistico, il compito di ricordarne l’opera e tramandarne la memoria.

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