Il miracolo dell’ostia profanata

6 maggio 2017 § 0 Commenti

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Alberto Giorgio Cassani ha pubblicato nell’ultimo numero della rivista ANFIONE una bella recensione al libro di Antonio Marchetti, IL MIRACOLO DELL’OSTIA PROFANATA, che di seguito abbiamo il piacere di presentare agli amici

 

il miracolo della scrittura

recensione a Antonio Marchetti,

Il miracolo dell’ostia profanata,

LietoColle, Faloppio (CO) 2015

 

Accade, qualche volta, che gli artisti siano anche raffinati scrittori. Antonio

Marchetti, vero “dilettante” saviniano, scomparso prematuramente tre anni

fa, ha sempre dedicato alla lettura e alla scrittura una parte importantissima

della sua intensa esistenza (voglio ricordare La lentezza del single,

Stamperia dell’Arancio, 1992, Pescara. Ennio Flaiano e la città parallela,

Unicopli, 2004, L’orecchio alato, LietoColle, 2005, Gineceo, Il filo, 2008, e

Disegno dal vero, Pendragon, 2014).

Il miracolo dell’ostia profanata e` un vero lascito, tra sapiente scrittura e premonizione

della fine. In Donato, figlio di Paolo Uccello, un ragazzo “a cui non

e` stato mai concesso di essere fanciullo”, c’e` molto di Antonio (mi sia permesso

chiamare l’autore semplicemente cosi`, per la nostra lunga amicizia):

oltre alla malattia che lo consumera`, l’irrequietezza, il saper fare – Donato e`

un maestro nella creazione del colore rosso – e il rosso e` la passione, il sangue,

la vita, cose tutte che si ritrovavano in Antonio. Ma Antonio era anche

un valentissimo studioso, attento al dettaglio, come questo lungo racconto

dimostra. La trama si potrebbe dividere in quattro parti: 1. la fanciullezza di

Donato – con i primi segni di quell’infezione (la tabe) che segnera` tutta la sua

vita – al seguito del padre gia` anziano chiamato a Urbino per dipingere la

pala e la predella con il Miracolo, commissionata a Paolo dalla confraternita

urbinate del Corpus Domini. Qui il racconto e la storia divergono: nel primo

la Pala viene affidata a Giusto di Gand, mentre sappiamo che fu Paolo a non

condurre a termine l’opera (che venne proposta anche al grande Piero della

Francesca che non la compi` nemmeno lui e infine a Giusto che finalmente la

porto` a termine). Ma nel racconto, la frustrazione per il mancato incarico

serve a delineare la figura eterodossa di Paolo; 2. il ritorno a Firenze col

padre ormai in vista della fine; 3. l’amicizia con Giobbe di Salomone, ebreo

accettato e sopportato a Firenze e il matrimonio con Sara, ebrea convertita

al cristianesimo, ma rimasta nel profondo fedele alla sua religione d’origine;

4. la fine di Donato, ormai corroso dalla sua malattia.

Nel racconto si evidenziano alcuni temi fondamentali: la mancanza della

madre, morta quando Donato era giovanissimo; un padre – “che pensa

sempre a cio` che ha lasciato e a quello che trovera`, mai al presente o a

situazioni immanenti, sempre con la testa per aria per natura e convenienza”

– di pochissime parole col figlio, riassumibili in due: “Lavati!” (per

via degli arrossamenti con conseguenti grattamenti continui di Donato) e

“vieni”, quando a Paolo serviva la creazione e la stesura di quel rosso che

solo Donato sapeva preparare alla perfezione (un “figliolo monocromatico”,

lo definisce Antonio, che monocromatico non era affatto); l’amicizia con

Giobbe e l’amore per Sara che non lo salveranno, pero`, dalla malattia.

E soprattutto l’ossessione per il contenuto delle sei sequenze della predella,

che lui, divenuto adulto, studia – o meglio chiede di studiare a Giobbe,

molto piu` colto di lui – fornendogli i disegni del padre, fitti di quadrati magici

e di numeri, oltrecheÅL delle meravigliose prospettive di mazzocchi e di vasi.

Un’ossessione che gli nasce dal fatto di aver spesso sentito il padre dirgli

“che il pane della Pasqua degli ebrei era fatto con il sangue dei cristiani,

anche bambini”. Leon Battista Alberti – citato due volte nel racconto (credo

che Antonio, mi si perdoni la piccola vanita`, l’abbia fatto per coinvolgere

un po’ anche me nella sua trama, dal momento che l’impresa albertiana

dell’occhio alato ci ha visto spesso uniti e che Antonio, con grande sprezzatura

saviniana, ha pubblicato, come detto, un libro di aforismi dedicati all’“

orecchio alato”) – ha scritto, anche a proposito degli “enigmi” nascosti nel

geroglifico della sua impresa, che “Explicanda […] sunt mysteria”: i misteri

devono essere spiegati. E Donato, con l’aiuto di Giobbe, tenta di risolvere

quelli nascosti nelle scene della predella. La funzione dell’iconografia non e`

nient’altro che catartica, come ha scritto Edgar Wind.

Il finale e` duro, percheÅL Antonio non si baloccava in consolatori happy end.

Donato, martoriato di giorno dalla sua malattia, di notte e` in preda a incubi

che lo portano a vedere le sei scene come se fossero dei “teatrini” scoperti

in alto, come quelli delle marionette. Ma chi conosce Antonio sa che forse

qui ritorna il ricordo del “teatrino scientifico” del suo amato Aldo Rossi (che

lo ricordava anche un po’, negli occhi). Ma che, a differenza di quello, si

rivela, alla fine, un “teatrino della crudelta`” dell’altrettanto amato Artaud.

Da parte sua Sara, ristabilito l’esatto ordine delle sequenze della predella –

con l’impiccagione della donna che ha compiuto, su commissione dell’ebreo

“usuraio”, il furto dell’ostia per ricomprarsi il mantello, da collocarsi prima

del rogo della famiglia (padre, madre e i due figlioli) – con “la complicita`

silenziosa di Giobbe” ricostruisce l’iconografia delle sei scene del Miracolo

cercando di spiegarne i tanti misteri. E` la terza scena la piu` enigmatica,

con la processione dei sacerdoti che riconsacrano l’ostia. Infatti, come

lei osserva, il tutto avviene apparentemente durante un’eclissi (“di luna o

di sole?”). E qui la voce dell’irreligioso Luciano (o fors’anche dell’Alberti di

alcune Intercenali) irrompe nelle pagine di Antonio:

Qual e` la connessione tra posizioni di pianeti ed eventi dell’umanita`? La sfera umana e`

forse subordinata ai moti celesti ove cause ed effetti, colpevoli ed innocenti, vittime e

carnefici si dispongono in uno stesso piano di predestinazione? Ma se tutto e` gia` fatalisticamente

scritto che senso avrebbe l’azione umana? Dove starebbe la liberta` dell’uomo

ed il suo libero arbitrio?

Come chiosa Antonio: “Tante domande per procurarsi un bel mal di capo”.

Quel che e` certo, pero`, di la` dalle finissime letture ermeneutiche di Giobbe e

Sara, e` che alla fine la “magnifica Predella” – “Non e` un paradosso Giobbe trovarsi

di fronte ad un’opera cosi` antigiudaica!”, domanda Sara; “Il paradosso e`

che mi piace”, risponde Giobbe – diverra` il luogo di fronte al quale “si sarebbero

esercitati i campioni della propaganda antiebraica […]. Generazioni su generazioni

di urbinati, e non solo, saranno educati alla verita` ed alla vera giustizia

da questi convincenti cantastorie militanti della fede”. L’arte, anche quella piu`

sublime e colma di enigmi, rischia sempre di avere una riduttiva lettura vulgata

che l’appiattisce e la fa diventare manifesto dell’ortodossia piu` nefanda. Non

c’e` speranza, dunque? Il finale non ne lascia, affidando a noi, con tutte le sue

domande senza risposta, “una donna inconsolabile, ancora bambina”.

 

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