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Rileggere STILO

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Rileggere Stilo

di M. Virginia Cardi

Il 22 aprile, alle ore 17.00, presso la Sala Muratori della Biblioteca Classense di Ravenna, ha avuto luogo una giornata di studio sulla rivista Stilo di Antonio Marchetti (1952-2013), pubblicata a Ravenna dal 1982 al 1988, in occasione della consegna dei numeri del periodico all’Istituzione Biblioteca Classense.

Al saluto del Direttore Maurizio Tarantino, sono seguiti un’introduzione di Alberto Giorgio Cassani, docente di Storia dell’Architettura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, e gli interventi di Umberto Palestini, Direttore dell’Accademia di Belle Arti di Urbino, Rocco Ronchi, docente di Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi dell’Aquila.

“Una piccola rivista fatta sotto il segno della passione, del de – pensamento e del dispendio, può anche guardare lontano, che vuol dire anche guardare indietro”

In definitiva guardare” il passare”. ….. Il passare è il ritornare, come dice bene Scalia”, scrive Antonio Marchetti in uno dei suoi primi editoriali.

Marchetti fonda la rivista a Ravenna appena trentenne, e appena giunto da Fermo, sono anni di studio e di produzione artistica e di scrittura. “ Scrittura come illuminazione e vertigine”, “Scrittura come possibilità di sottrarsi al tempo lineare e demoniaco della ripetizione”. (A. M.)

La sua biblioteca interdisciplinare attraversa un campo di interessi vastissimo, dalla letteratura alle arti, all’architettura, all’antropologia, al pensiero filosofico, nel corso degli anni settanta rivolto ai francesi, a quel pensiero della differenza che risuona in tante pagine della rivista, come balena nelle precedenti riflessioni; il pensiero nel suo contagio e sconfinamento nell’immagine, nell’immaginario sonoro:

“ soglia che rappresenta l’attesa, l’avvento, la memoria, il tempo e tutto quello che si sottrae al tuo sguardo avido” A. M.

Sono anche gli anni dei grandi incontri con Barthes, Blanchot, Bataille, Carmelo Bene da un lato; con i grandi architetti e pensatori della sua formazione di architetto, dall’altro. Con Aldo Rossi, a cui si lega in particolare per quell’idea dei luoghi ( il libro, la casa, la città, dunque Stilo) come teatro del fluire del tempo, tra passato e futuro. Biblioteca di Marchetti dove trovano anche dimora le riviste di critica letteraria, politica e sociale del tempo.

Stilo fu titolo necessario (stilo, penna e coltello ad un tempo) che Antonio riprese dal memorabile testo di Vegetti, Il coltello e lo stilo.

Marchetti intese che si dovessero ricercare autori e temi per una riflessione orientata fuori dalle ideologie e dalle comode appartenenze, al contrario, avviò percorsi desueti, fin dall’inizio, come nel n. 1, con quella ricerca iconografica sulle cere anatomiche bolognesi del Settecento, e sulla cappella dei Martiri nel Duomo di Otranto, realizzata da Michele Cosentino, numero dedicato ad Artaud; ricamato da un bel testo visionario e profetico su Marcinkus e i frati neri di Guberti ed in chiusura da un scritto di tenore scientifico su Il teatro della morte in epoca barocca di Alessandra Scagliarini, in quella sapiente alternanza, che fu cifra saliente della rivista, tra testi creativi e di ricerca.

I primi numeri escono in fascicolo, in formato A3, dove l’immaginario visivo si riconduceva alle estetiche, che negli anni Settanta ricercarono il rapporto perduto tra parole e immagini.

Immagine e parola dovevano riconvergere “ per incidere, stilare”. Parole e immagini dovevano tornare a dire le cose.

Successivamente a partire dal numero cinque, Stilo diventa volume, acquisendo un’ulteriore solidità di impianto e di collaborazioni.

Marchetti condivise con Gianni Scalia, sicuramente uno dei padri dell’opera, la necessità che gli intenti rivoluzionari degli anni Settanta si trasferissero nel linguaggio, nella ricerca di autori e testi; che le idee nuove maturassero attraverso la complessità e la varietà di parole memorabili.

Stilo rappresentò un laboratorio culturale tra i più particolari e interessanti nel panorama italiano degli anni Ottanta, articolandosi in un andamento monografico, dedicato ad autori in quegli anni controcorrente o di rottura, veri padri fondatori, da Truffaut a Barthes, da Dino Campana a Pasolini, da Artaud a Malreaux.

Precisava Marchetti, in apertura del n. 6, Secretaire, dedicato a Truffaut: questa rivista continua la sua dedica ai morti; ed il numero si apriva con un magnifico testo del 1939 di Renè Daumal sui fantasmi, La patafisica dei fantasmi.

La rivista ebbe un’impronta letteraria e filosofica, unendo fortemente la ricerca artistica ad un pensiero critico. Pensare e fare arte, dunque. Per Stilo l’esercizio della scrittura e l’esperienza estetica si saldarono, rivendicando un’autonomia dell’artista. Queste istanze si trovarono in sintonia con quella volontà espressiva e dialogante tra i linguaggi delle arti visive, musicali, performative; in una militanza culturale dell’arte, in un impegno che percorsero gli anni Settanta, in cui Marchetti fu giovane protagonista.

La partecipazione   al periodico di artisti, Concetto Pozzati, Mario Giacomelli, Fabio Mauri, Giordano Bonora, Vittorio Mascalchi, dello stesso Marchetti, insieme ai giovani Giovanni Lombardini, Mariella De Logu Busi, Giordano Fanelli, Roberto Paci Dalò, si univa alla presenza di compositori contemporanei, come Gian Franco Pernaiachi e Luciano Bellini, personalità che oggi hanno maturato vasti riconoscimenti e che condivisero con Antonio il “coraggio della vocazione”, “la coerenza esistenziale”;

ed ancora, musicologi, quali Paolo Fabbri, critici ed intellettuali, quali Alberto Boatto, Gianni Scalia, Achille Bonito Oliva e Umberto Palestini, cineasti come Attilio Bertolucci, il filosofo Giorgio Agamben, autori, quali Anne Marie Sauzeau Boetti furono presenti a partecipare ai palinsesti tematici di Marchetti; trai più noti, La distanza e il tempo / Diario / Secretaire / Immagine / Immagine della Terra.

Gli inediti che Stilo offriva al lettore furono scelti tra autori dalla forte identità poetica e d i pensiero, furono André Malraux, Marcel Schwob, René Char, René Daumal, Jean Cocteau, Ernst Jünger.

Tra alcuni testi pubblicati ricordiamo di Andrè Malraux , Il Museo immaginario, da La voix du silence del 1965, di Jean Jenét, Il segreto di Rembrandt, uscito sull’Exspress nel 1958, di Jean Cocteau, Descrizione dei tableaux vivants, dal Journal d’un inconnu del 1953, di Joe Bousquet, Pupilla, che insieme composero il ricco numero Immagine, a cui si aggiungevano i magnifici testi di Alberto Boatto su Nero Punk e di Agamben, Il viso e il silenzio. E ancora inediti per Diario di Roland Barth, Risoluzione, uscito nel 1979 per Tel Quel, di Jünger, Pagine di Diario, tradotto da un’edizione tedesca del 1980.

Autori che furono ricercati con la collaborazione del francesista e amico Charles Debierre. Come anche si deve dare memoria alla folta schiera di giovani cultori, che curarono la scientificità delle traduzioni, che diverranno in seguito studiosi nelle Università italiane e straniere, allora giovanissimi.

Il periodico che usciva semestralmente per abbonamento si impose negli annuari delle riviste letterarie accanto a titoli prestigiosi di quei tempi, Alfabeta, Nuovi argomenti, In Forma di Parole.

Ebbe importanti vetrine, quali programmi radiofonici sul terzo canale, fu presentata nel programma curato da Franco Maria Ricci, fu presente agli incontri d’arte di Villa Medici con Alberto Boatto e Jacqueline Risset, presso la Soffitta e l’Associazione Italo Francese di Bologna con Scalia e Debierre. La rivista attraversa gli ambienti della cultura ravennate con l’assidua presenza di Giulio Guberti, Mariella De Logu Busi, Giordano Fanelli, per poi, aldilà di ogni localismo, aprirsi alle personalità più significative della scena italiana e internazionale, ricevette talvolta la collaborazione delle Istituzioni ravennati.

Nell’archivio di Marchetti si ritrovano i carteggi per la preparazione dei numeri, tra le tante missive delle personalità già citate, ritroviamo le lettere di Jünger, di Argan, che rispondono con quella semplice e naturale cordialità agli inviti di Antonio, che ci fanno riflettere come il desiderio , l’intelligenza di un progetto e la passione fossero valori a cui vi fosse il piacere ed il dovere di aderire.

Il miracolo dell’ostia profanata

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Alberto Giorgio Cassani ha pubblicato nell’ultimo numero della rivista ANFIONE una bella recensione al libro di Antonio Marchetti, IL MIRACOLO DELL’OSTIA PROFANATA, che di seguito abbiamo il piacere di presentare agli amici

 

il miracolo della scrittura

recensione a Antonio Marchetti,

Il miracolo dell’ostia profanata,

LietoColle, Faloppio (CO) 2015

 

Accade, qualche volta, che gli artisti siano anche raffinati scrittori. Antonio

Marchetti, vero “dilettante” saviniano, scomparso prematuramente tre anni

fa, ha sempre dedicato alla lettura e alla scrittura una parte importantissima

della sua intensa esistenza (voglio ricordare La lentezza del single,

Stamperia dell’Arancio, 1992, Pescara. Ennio Flaiano e la città parallela,

Unicopli, 2004, L’orecchio alato, LietoColle, 2005, Gineceo, Il filo, 2008, e

Disegno dal vero, Pendragon, 2014).

Il miracolo dell’ostia profanata e` un vero lascito, tra sapiente scrittura e premonizione

della fine. In Donato, figlio di Paolo Uccello, un ragazzo “a cui non

e` stato mai concesso di essere fanciullo”, c’e` molto di Antonio (mi sia permesso

chiamare l’autore semplicemente cosi`, per la nostra lunga amicizia):

oltre alla malattia che lo consumera`, l’irrequietezza, il saper fare – Donato e`

un maestro nella creazione del colore rosso – e il rosso e` la passione, il sangue,

la vita, cose tutte che si ritrovavano in Antonio. Ma Antonio era anche

un valentissimo studioso, attento al dettaglio, come questo lungo racconto

dimostra. La trama si potrebbe dividere in quattro parti: 1. la fanciullezza di

Donato – con i primi segni di quell’infezione (la tabe) che segnera` tutta la sua

vita – al seguito del padre gia` anziano chiamato a Urbino per dipingere la

pala e la predella con il Miracolo, commissionata a Paolo dalla confraternita

urbinate del Corpus Domini. Qui il racconto e la storia divergono: nel primo

la Pala viene affidata a Giusto di Gand, mentre sappiamo che fu Paolo a non

condurre a termine l’opera (che venne proposta anche al grande Piero della

Francesca che non la compi` nemmeno lui e infine a Giusto che finalmente la

porto` a termine). Ma nel racconto, la frustrazione per il mancato incarico

serve a delineare la figura eterodossa di Paolo; 2. il ritorno a Firenze col

padre ormai in vista della fine; 3. l’amicizia con Giobbe di Salomone, ebreo

accettato e sopportato a Firenze e il matrimonio con Sara, ebrea convertita

al cristianesimo, ma rimasta nel profondo fedele alla sua religione d’origine;

4. la fine di Donato, ormai corroso dalla sua malattia.

Nel racconto si evidenziano alcuni temi fondamentali: la mancanza della

madre, morta quando Donato era giovanissimo; un padre – “che pensa

sempre a cio` che ha lasciato e a quello che trovera`, mai al presente o a

situazioni immanenti, sempre con la testa per aria per natura e convenienza”

– di pochissime parole col figlio, riassumibili in due: “Lavati!” (per

via degli arrossamenti con conseguenti grattamenti continui di Donato) e

“vieni”, quando a Paolo serviva la creazione e la stesura di quel rosso che

solo Donato sapeva preparare alla perfezione (un “figliolo monocromatico”,

lo definisce Antonio, che monocromatico non era affatto); l’amicizia con

Giobbe e l’amore per Sara che non lo salveranno, pero`, dalla malattia.

E soprattutto l’ossessione per il contenuto delle sei sequenze della predella,

che lui, divenuto adulto, studia – o meglio chiede di studiare a Giobbe,

molto piu` colto di lui – fornendogli i disegni del padre, fitti di quadrati magici

e di numeri, oltrecheÅL delle meravigliose prospettive di mazzocchi e di vasi.

Un’ossessione che gli nasce dal fatto di aver spesso sentito il padre dirgli

“che il pane della Pasqua degli ebrei era fatto con il sangue dei cristiani,

anche bambini”. Leon Battista Alberti – citato due volte nel racconto (credo

che Antonio, mi si perdoni la piccola vanita`, l’abbia fatto per coinvolgere

un po’ anche me nella sua trama, dal momento che l’impresa albertiana

dell’occhio alato ci ha visto spesso uniti e che Antonio, con grande sprezzatura

saviniana, ha pubblicato, come detto, un libro di aforismi dedicati all’“

orecchio alato”) – ha scritto, anche a proposito degli “enigmi” nascosti nel

geroglifico della sua impresa, che “Explicanda […] sunt mysteria”: i misteri

devono essere spiegati. E Donato, con l’aiuto di Giobbe, tenta di risolvere

quelli nascosti nelle scene della predella. La funzione dell’iconografia non e`

nient’altro che catartica, come ha scritto Edgar Wind.

Il finale e` duro, percheÅL Antonio non si baloccava in consolatori happy end.

Donato, martoriato di giorno dalla sua malattia, di notte e` in preda a incubi

che lo portano a vedere le sei scene come se fossero dei “teatrini” scoperti

in alto, come quelli delle marionette. Ma chi conosce Antonio sa che forse

qui ritorna il ricordo del “teatrino scientifico” del suo amato Aldo Rossi (che

lo ricordava anche un po’, negli occhi). Ma che, a differenza di quello, si

rivela, alla fine, un “teatrino della crudelta`” dell’altrettanto amato Artaud.

Da parte sua Sara, ristabilito l’esatto ordine delle sequenze della predella –

con l’impiccagione della donna che ha compiuto, su commissione dell’ebreo

“usuraio”, il furto dell’ostia per ricomprarsi il mantello, da collocarsi prima

del rogo della famiglia (padre, madre e i due figlioli) – con “la complicita`

silenziosa di Giobbe” ricostruisce l’iconografia delle sei scene del Miracolo

cercando di spiegarne i tanti misteri. E` la terza scena la piu` enigmatica,

con la processione dei sacerdoti che riconsacrano l’ostia. Infatti, come

lei osserva, il tutto avviene apparentemente durante un’eclissi (“di luna o

di sole?”). E qui la voce dell’irreligioso Luciano (o fors’anche dell’Alberti di

alcune Intercenali) irrompe nelle pagine di Antonio:

Qual e` la connessione tra posizioni di pianeti ed eventi dell’umanita`? La sfera umana e`

forse subordinata ai moti celesti ove cause ed effetti, colpevoli ed innocenti, vittime e

carnefici si dispongono in uno stesso piano di predestinazione? Ma se tutto e` gia` fatalisticamente

scritto che senso avrebbe l’azione umana? Dove starebbe la liberta` dell’uomo

ed il suo libero arbitrio?

Come chiosa Antonio: “Tante domande per procurarsi un bel mal di capo”.

Quel che e` certo, pero`, di la` dalle finissime letture ermeneutiche di Giobbe e

Sara, e` che alla fine la “magnifica Predella” – “Non e` un paradosso Giobbe trovarsi

di fronte ad un’opera cosi` antigiudaica!”, domanda Sara; “Il paradosso e`

che mi piace”, risponde Giobbe – diverra` il luogo di fronte al quale “si sarebbero

esercitati i campioni della propaganda antiebraica […]. Generazioni su generazioni

di urbinati, e non solo, saranno educati alla verita` ed alla vera giustizia

da questi convincenti cantastorie militanti della fede”. L’arte, anche quella piu`

sublime e colma di enigmi, rischia sempre di avere una riduttiva lettura vulgata

che l’appiattisce e la fa diventare manifesto dell’ortodossia piu` nefanda. Non

c’e` speranza, dunque? Il finale non ne lascia, affidando a noi, con tutte le sue

domande senza risposta, “una donna inconsolabile, ancora bambina”.

 

Antonio Marchetti. Un ricordo di Rosita Lappi

Abbiamo il piacere di pubblicare il bell’articolo di Rosita Lappi apparso sul numero di novembre 2015 di Aracne in occasione della mostra teramana di Antonio Marchetti, Disegno dal vero (ottobre-dicembre 2015)

 

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Antonio Marchetti, Aracne, 2011

E ve l’ho già detto: niente opere, niente lingua, niente parola, niente spirito, niente.

Niente, se non un bel Pesa-Nervi.

(Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara e altri scritti, Adelphi Milano, 1985)

Antonio Marchetti è stato un prezioso amico e collaboratore di ARACNE. Con la generosità che gli era consueta aveva aderito al progetto editoriale della rivista creando un rubrica di osservazioni e riflessioni dal titolo acuto e preveggente: Kriptonite. Una rubrica che aveva voluto intendere, come si diceva un tempo, di varia umanità o, come indicava Alberto Savinio alla voce professione nel suo biglietto da visita: di varietà.

Aveva scelto come copertina una sua opera, un’immagine perturbante, una intuizione dolorosa del destino che lo attendeva di lì a poco, sapendo della malattia, con una consapevolezza tragica eppure serena, arresa, come una meditazione sulla fine.

Antonio ne portava il peso angoscioso in silenzio, interrogando il tempo futuro -aveva bisogno di tempo!- quando, finalmente libero da impegni istituzionali, si apprestava a mettere a punto progetti ed obiettivi della sua poliedrica ricerca artistica.

“La Kriptonite”, scrive Antonio nella presentazione, “è un minerale che si presenta in forma cristallina proveniente da Kripton, il pianeta dove nasce Superman, l’uomo d’acciaio dotato di superpoteri. Sottoposto ad una esposizione eccessivamente lunga alla kriptonite il supereroe si indebolisce, diventa un comune mortale, prova dolore, può ammalarsi e non è più invulnerabile. La potenza svanisce. Una dose massiccia di kriptonite, dopo l’esplosione di Kripton, si è conservata sul pianeta Terra e per cause ancora sconosciute sta riattivando la sua azione distruttiva menomando equilibri e sicurezze gettando il mondo degli uomini in una crisi globale mai vista prima, privandolo di supereroi e superuomini. Siamo diventati tutti più deboli. La radiazione chimica è inquietante, malata, aggressiva… Come la peste descritta da Antonin Artaud per il suo teatro anche la kriptonite uccide le parti interne, senza lasciar trasparire segni all’esterno.”

Dichiarava così la lenta, oscura opera distruttiva del veleno che lo minava. I suoi brevi testi sono insaturi, provocatori, spesso pervasi da amarezza, ma ancora sulfurei, sanguigni, eppure disponibili, umani. Pur indebolito e spaventato, era ancora alla ricerca di dialogo e confronto, come uno psiconauta della verità, per lui una pressante necessità.

Nel suo modo disincantato, era giunto in contatto nel tempo con una sua componente morbida, tenera, e sapeva ben cogliere e comprendere la debolezza dell’altro, per condividere, senza schermi e infingimenti, la rivelazione della vulnerabilità al dolore.

Pensava spesso alla morte, nel suo ultimo scritto per Il Grandevetro si chiedeva chi lo avrebbe preservato dalla vergogna da morto, quando sarebbe stato esposto agli sguardi e non avrebbe potuto rispondervi, proteggendosi col pudore. Lasciava vedere la sua anima più umana, scoprendosi e spiazzando il lettore.

Cercava interlocutori, non credo ne trovasse nei suoi ultimi anni; troppo distratto e superficiale il prossimo per fermarsi a cogliere i suoi richiami; troppo vasta la sua cultura per non perdersi sconsolata, se non nella altrui insipienza, in un vuoto di impegno intellettuale, cifra tipica di questi tempi.

Nei suoi scritti si avverte lo sgomento di un pensatore solitario che deve tenere le fila di un discorso interiore per non smarrirsi. Ma della solitudine coglieva il suo essere ‘singolare’, eccentrica e libera, trovando motivi di ironico gioco, divertendosi con i Single, un mondo di personaggi, buffe macchine ‘quasi’ celibi che si aggirano in un mondo grottesco.

La sua potenza creativa si manifestava ovunque egli portasse il pensiero ed il gesto. Ne danno conto i numerosi bellissimi progetti realizzati insieme ai suoi studenti, l’impegno intellettuale che ha percorso tutta la sua vita, la sua scrittura narrativa e saggistica, la sua opera artistica.

Il suo mondo visionario è una esplosione di vitalità in bilico, tra temi e immagini che sembrano percorrere una traiettoria sempre esposta a misurarsi con il limite, soggetta a dare conto delle fratture, delle polarità, delle movimentazioni umorali estreme.

Un mondo esploso e di nuovo riassemblato nei suoi mille frammenti, che faceva pensare al profondo lavoro di riassetto che produce la mente mentre sogna, e mentre fantastica, producendo nuovi e bizzarri arrangiamenti e narrazioni.

Antonio era tellurico ed esplodeva talvolta in passionali esternazioni, e doveva sapere bene quanto lavoro serve per ricomporre un assetto mentale sconvolto, e quanta ironia sia necessaria per trasporre questo stato caotico in un nuovo gioco creativo. Che è anche un’ipotesi per spiegare la necessità dell’arte.

Molte sue opere hanno un delizioso carattere infantile, ricordano le scatole di latta in cui riponevamo da bambini le figurine, le biglie di vetro e i piccoli oggetti che ci avevano incantato, tenendoli in un luogo segreto per poterne godere la loro magia.

Amava la tensione che tiene il tutto in equilibrio instabile, la realizzava nelle sue opere in cicli affascinanti, oggetti composti in forme sempre mobili e arieggianti di bricolage aereo, come gli Angelus Novus, i tanti collage e giochi ad incastro, le scatole diorama, le teche da entomologo con reperti letterari, gli arazzi e le installazioni con cui componeva e ricomponeva i suoi abbecedari di parole e di colori, suoni e ritmi, attraversati da elettrica tensione.

Così i Pesa Nervi sembrano grovigli di pensiero ribelle e di folle saggezza, aggeggi ineffabili che in grandi installazioni componevano il Sistema nervoso, il cui diretto rimando alla prosa sofferta di Antonin Artaud ne rivela l’enigmatico nonsense, il fastidio per il vaniloquio, la chiacchera, la pompa.

Resta, a chi ha condiviso con lui il suo percorso umano e artistico, il compito di ricordarne l’opera e tramandarne la memoria.

BIENNALE DEL DISEGNO, RIMINI

Seconda Edizione, 2016

A cura di A. Bigi Iotti, M. Paderni, M. Pulini, G. Zavatta

Catalogo NFC Edizioni, 2016

23 aprile – 10 luglio 2016

Museo della Città

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All’interno della sezione presso i Musei Comunali della Seconda Edizione della Biennale del Disegno, curata da Alessandra Bigi Iotti, Marinella Paderni, Massimo Pulini, Giulio Zavatta, è possibile ammirare insieme ad opere di insigni artisti moderni e contemporanei, un lavoro di Antonio Marchetti, Testa del 2011.
Presentiamo per la pagina di VarioSonDaMeStesso l’immagine dell’opera tratta dal catalogo completo, edito per NFC Edizioni, 2016.

Antonio Marchetti, Testa, 2011

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Spilli e filo di cotone nero su cartone, mm 400×300, Rimini, Collezione privata.

 

Nello stesso termine “profilo” si potrebbe scorgere una ragione concettuale e tautologica, alla tecnica usata nella realizzazione di quest’opera. Un unico filo nero, si sostituisce al segno di una penna e senza stacchi, riesce a tracciare le linee portanti di una testa girando intorno a cento sottili spilli, piantati come paletti sopra il supporto di cartone.

Solo la fessura dell’occhio circoscrive un secondo tratto di filo che insiste più volte sulla pupilla, fornendo un’espressione al volto che si direbbe meditativa.

La geometrica linea compone, sul capo, un’architettura turrita e spigolosa che dona alla Testa un rimando storico, arcaico e moderno insieme, greco e cubista.

Il lungo filamento sospeso, sottoposto a un zigzagante volo di mosca, proietta una fitta moltiplicazione di ombre che restituisce un volume prospettico e prismatico al viso facendolo divenire un gioco infinito quasi geomantico.

Antonio Marchetti, nel vasto ventaglio delle sue applicazioni artistiche, amava dedicarsi ad aforismi dell’immagine e della lingua, questo disegno ne è esempio singolare. Il motto di Gregorio Comanini “vario son da me stesso” che Antonio prese a emblema, sintetizza una natura multiforme che spinge a interpretare anche quest’opera come un enigmatico Autoritratto.

Massimo Pulini

copertina

Antonio Marchetti, VARIO SON DA ME STESSO

 

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Antonio Marchetti

Vario son da me stesso

a cura di Umberto Palestini

L’ARCA – Laboratorio per le arti contemporanee

Largo San Matteo, Teramo

31 ottobre / 8 dicembre 2015

inaugurazione sabato 31 ottobre, ore 18.30

Il 31  ottobre 2015 presso L’ARCA – laboratorio per  le arti contemporanee di Teramo per la cura di Umberto Palestini, si inaugurerà la mostra retrospettiva di Antonio Marchetti dal titolo  Vario son da me stesso.

La mostra dell’artista recentemente scomparso, nell’ambito della ricca e  articolata scelta di autori proposta da Palestini, offre un’ efficace selezione dell’opera di questa complessa personalità artistica, attiva nel territorio italiano dalla metà degli anni settanta  al 2013.

Eccellendo in tutti i campi della produzione creativa, dall’intelligenza acutissima  e dalla vasta cultura,  Marchetti fu artista completo.  La mostra, a due anni della sua morte, si prefigge di restituire in una sintesi  alcuni tratti della sua personalità artistica. Egli ancorava saldamente alla sua prima formazione di architetto molteplici esperienze artistiche. Il progetto dell’opera, insieme alla necessità di testimoniare la storia  del nostro tempo, furono i fondamenti della sua ricerca. La varietas, come recita il titolo della mostra è  cifra dell’apertura del suo pensiero, di un sguardo sul mondo, che per tradursi in racconto ha utilizzato tutti i mestieri dell’arte. Questa salda unione tra pensare e operare, se ancorano la sua educazione generazionale alla cultura estetico-politica degli anni settanta, lo rendono originalissimo nella pratica dei tanti linguaggi dell’arte. Egli piega i materiali e le tecniche al suo immaginario formale, al suo racconto. Antonio Marchetti fu artista di un’epoca per la quale la resistenza civile fu principio inderogabile, ragione non  patteggiabile. La sua prima mostra personale fu a Milano nel 1981, presso lo Studio Cesare Manzo. Tra le principali manifestazioni d’arte a cui prese parte si ricordano: Materialmente, scultori degli anni Ottanta, Anni Novanta,  Padiglione Italia, Abruzzo,  54° Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia, 2011. (Ex Aurum Pescara, Fortezza Borbonica di Civitella del Tronto), Souvenir, Torri d’Italia, progetto ad hoc per Gran Touristas, Biennale di Architettura di Venezia, 2012.

Artista e scrittore, raffinato intellettuale  è stato autore di testi di narrativa, album d’arte, e ha partecipato come saggista a numerose riviste. Tra le sue pubblicazioni vanno ricordate: La lentezza del single (Stamperia dell’Arancio, Pescara, 1992) Ennio Flaiano e la città parallela (Edizioni Unicopli, Milano, 2004), L’orecchio alato (Edizioni Lietocolle, Como, 2005), Gineceo ( Edizioni Il filo, Roma, 2008), Disegno dal vero ( Pendragon, Bologna, 2014), Il miracolo dell’ostia profanata (Lietocolle, Como, 2015).

La retrospettiva, organizzata dall’associazione culturale Naca Arte con il contributo della Fodazione Tercas, è un evento promosso dall’Assessorato alla Cultura della Città di Teramo. Il catalogo, edito dalla casa editrice Baskerville, contiene testi di Alberto Boatto, Marco Biraghi, Alberto Giorgio Cassani, Stefano Levi Della Torre e Umberto Palestini.

 Antonio Marchetti, Psiconauta
 Psiconavigante, 1984. Acrilico su tela, cm 250 x 280.
Coll. privata. Ph. G. Branco
 Colophon

Organizzazione

Naca Arte

In collaborazione con

Archivio Cardi Marchetti Fagnani Pani di Rimini

Valentina Boschetti

Si ringraziano per la preziosa collaborazione

Alberto Giorgio Cassani, Rita Cesari, Massimo D’Angelo,

Massimo Di Teodoro, Antonio Michetti, Giampaolo Solitro,

Alessandra Striglioni, Sandro Visca

Un particolare ringraziamento al

Sindaco della Città di Teramo, Maurizio Brucchi

Progetto Grafico

Emanuele Bertoni

Traduzioni di

Michele Tocca e Gloria Montanari

Redazione

Alberto Giorgio Cassani

Patrizia Baratiri

Fotografie

Grazia Branco, Giampiero Marcocci, Giampaolo Solitro

Photo editor

Andrea Solomita

 

 

1 Plein air, 1982. Acrilico su tela, cm. 170 x 180. Coll. A. Michetti.

3Single, 1986. Terracotta, legno e ferro, h. cm. 190. Coll. U. Palestini.

Song, 1984. Carboncino su carta, cm. 120 x 240.

DSC_0616_1“20 pezzi facili”, 1994. Scatole cm. 70 x 40, oggetti e acrilico.

DSC_0617_1Paesaggi e memorie, 2013. Scatole da entomologo cm. 20 x 20, oggetti, acrilico.

 

Biografia breve

Antonio Marchetti era nato a Pescara nel 1952. Condusse studi artistici, eccellendo in tutti i campi della produzione creativa. Iniziò la sua carriera di artista con successi e vasti riconoscimenti, contribuendo alla crescita della vita culturale della sua città natale, lavorando alacremente all’interno di un gruppo di intellettuali, artisti e architetti, insieme ai quali contribuì a mutare sistemi e volti di una Pescara dalla profonda crisi identitaria. Si trasferì, poi, a Fermo, in seguito a Ravenna, quindi a Rimini. Fondatore di riviste d’arte, tra cui si ricorda Stilo negli anni ravennati; pregiato ed elegante album d’arte, in cui raccolse inediti ed interviste a grandi protagonisti del mondo dell’arte e della cultura, tra cui Jünger, Scalia, Boatto, Risset. Sempre a Ravenna diede vita al Circolo Gramsci, per il quale si spese in un’attività intensa e di notevolissimo pregio. Dall’intelligenza acutissima e dalla vasta cultura, fu artista completo. Egli ancorava saldamente alla sua prima formazione di architetto molteplici esperienze artistiche. Il progetto dell’opera, insieme alla necessità di testimoniare la storia del nostro tempo, furono i fondamenti della sua ricerca. Fu sempre spaventato dal vaniloquio, dal brusio della lingua delle estetiche contemporanee. La sua produzione è ricchissima. Forte il senso dell’intenzionalità dell’opera, sempre composta con sapienza e fermezza. Il racconto è chiaro, il pensiero accessibile. Fu artista di una generazione per la quale la militanza e la resistenza civile furono principi inderogabili, ragioni non patteggiabili. Partecipò di recente alla Biennale d’arte del 2011 ed alla scorsa Biennale di Architettura all’interno del progetto Gran Touristas in un gruppo di artisti e architetti internazionali. Dispensò nel lungo apprendistato di insegnante le sue grandi esperienze ed i suoi saperi. Muore ancora giovane, pieno di vita e di progetti il 1 agosto 2013.

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Antonio Marchetti DISEGNO DAL VERO

L’11 dicembre 2014 presso la Sala Muratori della Biblioteca Classense di Ravenna si presenterà il volume di Antonio Marchetti, Disegno dal vero, pubblicato da Pendragon di Bologna. L’evento ha ricevuto il patrocinio del Comune di Ravenna.

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Il 18 settembre 2015 presso la Sala Tosti dell’Aurum di Pescara, con il Patrocinio del Comune di Pescara, il volume Disegno dal vero è stato presentato dall’Architetto Antonio Michetti e dal Professor Umberto Palestini. Il Sindaco Marco Alessandrini ha introdotto l’evento.

La zitella laboriosa e il suo testamento

La zitella laboriosa e il suo testamento

La zitella laboriosa e il suo testamento, 1993. Disegni e oggetti in cassetta di legno, collezione privata.

“La zitella operosa e il suo testamento” del 1993 è stata esposta nelle sale dello spazio comunale L’Arca di Teramo in occasione di una importante rassegna sul collezionismo in Abruzzo.

Attrazioni sul collezionismo

14 dicembre 2013 – 9 marzo 2014
L’Arca, Laboratorio per le arti contemporanee, Teramo.

Il lavoro di Marchetti ha dialogato con opere di artisti internazionali che compongono l’immagine di un collezionismo colto e raffinato di Abruzzo in una tradizione ben radicata in questa regione fin dal tempo dell’esperienza di ricerca di Lucrezia De Domizio e Graziella Lunardi a cui si era legato il giovane artista prima della sua partenza da Pescara.

Umberto Palestini ha scelto pezzi che offrono un affresco efficace di una realtà culturale evoluta e intraprendente. Accanto al Nostro, Fabio Mauri, Arman, Alighiero Boetti, Sandro Chia, Gino De Dominicis, Nicola De Maria, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Luigi Ghirri, Piero Gilardi, Aldo Mondino, Ettore Spalletti, Orlan, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Piero Pizzi Cannella, Salvo.

Inizia negli anni novanta la serie delle scatole, che divengono una delle cifre di Marchetti. Gli oggetti assemblati formano figure, si coagulano intorno a temi centrali nella poetica dell’autore. E se la zitella è fatta di un’antica druccia per abiti, di fiori appassiti, di modelli per ricamo, è vero anche che allude alle celebre Obese e dichiara con ironia la sua singolarità, altro asse poetico-narrativo di Marchetti. Umberto Palestini lo definisce nella sua originalità e fierezza consueta un “Aristocratico outsider”, e non vi potrebbe essere definizione più calzante per lui.

Il catalogo (copertina nell’immagine seguente) è stato pubblicato da Baskerville di Bologna.

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