Writing

Disegno dal vero

Disegno dal vero

Disegno dal vero di Antonio  Marchetti è una raccolta di articoli, saggi brevi scritti dal 2007  al 2013, anno della sua drammatica scomparsa, scelti e assemblati con quella cura e quel puntiglio di chi vuole testimoniare per l’ultima volta il proprio pensiero, il proprio sguardo sul mondo. La scrittura è elegante, modella e disegna con nitidezza figure della contemporaneità e affronta temi di urgente attualità sull’arte, la cultura, la società italiana. Molto forte è l’intenzionalità di aderire alla storia del proprio tempo, cercare di penetrarvi gli aspetti di fondo. Questo artista-scrittore, padroneggiando una vastissima cultura affonda il suo stilo con competenza e ironia sull’ambiente dell’arte che viene abilmente smascherato, oggi, nella banalità feroce dei suoi meccanismi. Mentre grande è il piacere di ritrovare nella fucina degli anni  settanta e ottanta e nel novero dei propri personali ricordi, i profili, le forti personalità di Fabro, Merz, Tadini, Boetti, Mauri. La biografia immaginaria di Franco Angeli che conclude il volume, del resto, svela chiaramente gli interessi dell’autore, sia in merito alle esperienze artistiche che alla tonalità del vivere. E poi nel testo si rincorrono i ritratti di alcuni maestri a lui cari del novecento, Alberto Savinio, Ennio Flaiano; emerge la passione per la grande letteratura, il cinema. Nella varietà di temi affrontati propri della tradizione del journal, del diario di viaggio, Antonio Marchetti con mordace ironia e disincanto, in un costante esercizio del guardare e dell’arte del descrivere, analizza i comportamenti, le mentalità, i grandi ritardi dell’italietta attuale. E poi i luoghi, i tanti luoghi incantati del nostro vivere e del bel paese con la sensibilità e il tocco di chi ama ciò che è desueto e che cattura il cuore.

Il progetto grafico del volume è stato curato da Leonardo Sonnoli.

Il volume è stato presentato l’11 dicembre 2014 nella Sala Muratori della Biblioteca Classense di Ravenna dalla Direttrice della Biblioteca Classense Dott.ssa Claudia Giuliani, Alberto Giorgio Cassani e Franco Masotti. Gianfranco Tondini ha dato lettura di alcuni passi scelti. L’iniziativa ha ricevuto il patrocinio del Comune di Ravenna.

http://www.pendragon.it/libro.do?id=2277

Alberto Boatto

Roma, 16 gennaio 2015

Lo sguardo e la scrittura sono di un uomo colto, di un marginale che osserva le vicende dell’arte e della letteratura con distacco e disincanto, tutto trattenuto in una grande, mobile quasi palpabile eleganza, come si accarezza una stoffa di pregiata seta.

 

Giorgio Bàrberi Squarotti

Torino, 25 febbraio 2015

Sono scritti rapidi, essenziali, eleganti e sapienti nella molta ricchezza delle occasioni da cui derivano. E ci sono, poi, interventi di grande profondità di pensiero e di riflessione, davvero indimenticabili.

 

Simonetta Melani, “Il Grande Vetro”, Gennaio-Febbraio 2015

Rileggere Marchetti

La copertina a campitura monocroma è di uno squillante giallo. Dal retro di questa però, attraverso gli oblò che calibrati bucano di fatto la sovracopertina bianca, una foto maliziosamente occhieggia. In prima ecco una citazione da uno dei testi presenti nella raccolta: si tratta di Rileggere, l’ultimo articolo scritto da Antonio Marchetti per Il Grandevetro a pochi giorni dalla morte, in quella sua lucida e disarmante consapevolezza che miracolosamente non intaccava né contaminava l’abituale tono, così vigoroso e tagliente, della sua abituale scrittura. Tornando all’edizione, anche il corpo e il colore dei caratteri interni è inusuale, è grande e blu: la scrittura ci viene incontro morbida, elegante, non stanca. Ma perché parlare tanto del design di questo libro, qualcuno si chiederà. Perché la forma è contenuto e questo libro, in sé, oggettualmente, ci presenta l’autore in modo impeccabile: ha il suo stile, la sua stessa originalità, l’ironia e l’intelligenza interlocutoria. Lui, insomma, ci si sarebbe specchiato. E lo fa, è lì.

Da uno dei “buchi”, infatti, Antonio ci guarda: è un flâneur e sorride spettinato al mondo con la sua  composta alterità. C’è un’impertinenza sfrontata, una giocosa intelligenza d’autore nello sguardo acuto, perspicace, nel sorriso beffardo ma simpaticamente umano (cosa assai rara). Antonio ci guarda divertito con la sua Mavì davanti a una Fontana di Trevi che più da luna di miele di così no, non si può. E loro lo sanno. E perciò ne ridono. E con loro, noi.

Come in una passeggiata per i luoghi del cuore (Pescara, Rimini/Fellinia, Bologna, Roma, Milano, Firenze) quest’artista ci seduce con un conversare affabile dalla leggerezza colta, sapiente, spesso spumeggiante, un’ironia ammiccante che sottobraccio c’intriga in freschi ritratti e paesaggi, restituendoci, godendone, un panorama culturale e ambientale dell’Italia che abbiamo conosciuto e conosciamo, che abbiamo amato e amiamo ma che anche abbiamo sbeffeggiato e ripudiato senza pentimenti. Si va per mostre, per città e paesi, certo, ma accucciandoci si entra anche in riviste, in libri e nei bauli degli affetti.

Ecco i suoi Maestri (Savinio, Flaiano); ecco gli artisti di nome e di fatto e quelli solo di nome in grande carrellata; ecco i grandi personaggi e quelli minuti, occasionali (surreale e gustosissimo l’incontro con il custode della mostra di Arcimboldo a Palazzo Reale); e poi il cinema, la letteratura, la politica nostrana, la cultura periferica e globale, l’arte contemporanea (con inclusa la morte della critica), le note di costume: tutto ci è donato in una sorta di disegno dal vero, appunto, cioè come uno schizzo che vibra umido d’inchiostro, un guizzo geniale di grazia lesta con impennate grottesche e caricaturali, che, con innocente ariosità, mettono a nudo l’imperatore del momento soffiando sulle ciprie delle sue nullità.

C’era questa sintonia fra me e lui e per questo, credo, fra noi e voi: Antonio apparteneva alla sparuta, indisciplinata, tenace schiera dei disobbedienti che nulla hanno da spartire con il salotto del potere e all’ambizione livida dell’esserci; era una di quelle persone dirette e franche del libero pensiero che alcuni oggi definiscono tout court, per la molteplicità degli interessi e dei linguaggi, “artisti eclettici”, una sigla per me liquidatoria che nel voler dire tanto troppo va togliendo: dove sono finite le stagioni in cui un artista faceva arte perché era un artista e per questo era naturalmente uomo di cultura a tutto tondo, poeta del mondo e del sentire, e non un narciso da vetrina o da Borsa? Bene fa la moglie, Maria Virginia Cardi, che sta curando, in ogni settore, quanto ci ha lasciato. É stato pittore, scrittore (anche di aforismi); amava  l’architettura, la musica, il cinema, la vita; insegnava progettando e nella scuola portava tutta la sua storia personale, una storia che era davvero tanta, impressionante e “varia”.

 

Renato Minore

24 agosto 2015

Ho intanto letto con gusto il Disegno dal vero, un diario culturale assai vivo, ricco di spunti, piccole illuminazioni, ritratti assai felici, una continua tensione anche etica che spazia dalla letteratura all’arte alla quotidianità. “Dal vero” Antonio era un osservatore brillante, ironico, pungente, anche divertente con uno sguardo allargato e insieme molto determinato, centrato.

 

 

Gineceo

Stringimi ma non troppo

Geniale. Questo ho pensato dell’immagine di copertina dell’ultimo libro di Antonio Marchetti, Gineceo. Occhio, sorriso, baffo ammiccante, abbraccio o animaletto palpitante nel verde morbido carnoso anello-nido fra le sue punte terminali che son radici e frutto o testa e piedi di minuto cordoncino ora bambino, ombelico, talco, culla, profumo di legno amarognolo, selvatica gioia rossa dei campi e altri giochi con altra erba in altro modo: tutto questo è il nodo di Bettina.

Si tratta di un nodo che è richiamo ad arte, frutto di gioco di lingua e di palato, un gioco infantile e quindi ironico, erotico, ma anche eroico perché non a tutti era ed è dato saperlo fare come lei lo faceva: ”Dalla ciotola prendeva una ciliegia, staccava il picciuolo, se lo metteva in bocca e te lo restituiva sulla punta della lingua annodato…”. E Marchetti, che è amico da tempo, artista e scrittore da sempre, privatamente poi mi scrive: “Mia nonna me lo faceva su richiesta (dovevo pregarla sino a ossessionarla) ma ti assicuro, lo faceva. Quel nodo, come puoi capire, è paradigma familiare, psicologico, simbolico. È nodo femminile al di là delle elucubrazioni erotiche adolescenziali del narratore. C’era in quel gesto della nonna qualcosa di virginale, di puro e incontaminato, nonostante tre figli ed una sessualità subita più che vissuta. Nodo virginale, sei d’accordo?”. Come no.

Ed è in questa scia di purezza che si muove il libro, ambientato in una città sul mare, città che soprattutto è casa, anzi case; famiglia anzi nonfamiglia; amici ma anche crude solitudini, insomma lo scorrere della vita di un ragazzino negli anni Sessanta in un paese/città dell’Abruzzo sull’Adriatico che si fa paese/città del mondo. Autobiografico? Non del tutto. L’autore, nato a Pescara, ci avverte maliziosamente che “fatti e personaggi sono immaginari”.

Il libro si annoda e si snoda, appunto, in un paesaggio simbolico fatto di amori, tradimenti, prostituzioni, inghippi, sogni, sacrifici, piccole mediocrità, sorprendenti tenerezze e nefandezze, canzonette e visioni che riemergono da un passato adolescenziale provincial/universale, da un quartiere popolare a mezz’Italia che è l’Italia intera e che impantanandosi si arranca verso l’ambita, piatta architettura d’una periferia anonima ma finalmente borghese come dio comanda: salottino buono, tinello in formica, mangiadischi e annessi e connessi, proiezione di un benessere che sarà come promette: inequivocabilmente e volgarmente traditore. Insomma, benvenuti in casa nostra ci diciamo.

E ci sguazziamo, e da lontano ne sorridiamo addirittura, con punte di nostalgica beota beatitudo, noi, vecchi bambini d’allora, come non ricordare? E Antonio tira fuori la lingua e ne fa linguaccia con buona, sottilissima cattiveria umoristica, perché sa che in fondo ciò che lo salva, al di là di tutto e tutti, è questa sua arguta ironia che ha messo radici in questo paesaggio umano a cui si adegua con una scrittura che come un surf ora cavalca l’onda fra frizzanti evanescenze e ora s’inabissa in cupi abbattimenti esistenziali: un’adolescenza che si fa stile. Come eravamo? Così, come Marchetti, ci dipinge. Tu gratti quel che non ti veste della narrazione e magicamente vieni fuori tu, quello che tu eri allora; vieni fuori proprio tu, bambino di primo pelo, generazione anni Cinquanta/Sessanta, fra il cinema, le figurine, i primi pruriti, il giubbocsse e la televisione condominiale, pane burro marmellata e quando calienta el sol.

Leggendo queste pagine sì, gratti e vinci sempre. Non puoi uscirne fuori senza un sorriso, che è tuo, solo tuo. Non puoi andare a diritto, da cima in fondo, senza soste: devi fermarti, chiudere libro e occhi, sorridere al tanto di ieri e al nulla che ora è e ricominciare: fermate d’obbligo tue, solo tue.

Ah, i buoni, cari parenti-serpenti della nostra convulsa adolescenza, che stava in bilico fra la saggezza contadina, cattiva, feroce, rude ma umana, e un futuro da cartolina a colori, sventolato come una sicura vincita al lotto, finalmente. Che si vince? Un’utilitaria presa a rate, magari una cinquecento elle che sta per lusso, poltroncina ribaltabile, finestrino aperto con radiolina, color blu notte, decappottabile pure, per vedere il cielo, blu nel blu, su una strada lanciata verso il chissà dove. Dove?

Un baiser da qui, Antonin, ta Simone.

Simonetta Melani, “Il Grande Vetro”

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Considerato soltanto alla superficie, “Gineceo”di Antonio Marchetti è una narrazione evidente in ogni suo particolare. Si tratta di un racconto dove l’autore ricostruisce l’intera sua giovinezza, dall’infanzia alla fine dell’adolescenza, dopo gli ultimi anni di un caotico dopoguerra, in una città del centro Italia affacciata sul mare (probabilmente Pescara*). E da questo nucleo discende naturalmente la rappresentazione della casa dove vive, della sbandata ma numerosa famiglia, dei compagni di giochi, e poi la scuola, la chiesa, il piccolo cinema della periferia. Certo il libro di Marchetti è questo, ma non si esaurisce interamente in questa cronaca domestica e prevedibile.Nelle prime pagine, l’autore definisce la natura umana una “poltiglia lattiginosa, ambigua, opaca e ambivalente”, ed è proprio in questa “poltiglia” che affonda la sua narrazione. Questa materia, fatta di pastasciutta e di sperma, d’ingestione della prima e di dispersione del secondo, sommerge l’arco completo della formazione dell’io narrante. Fino al capitolo conclusivo, dove il protagonista viene presentato ventenne e felice proprietario di un’utilitaria, incerto se partire o rimanere, lasciare appunto alle spalle la materia della sua formazione oppure immergersi in essa sino in fondo, trarne tutti gli improbabili profitti. Il narratore non parte, rimandando ogni decisione ad un domani imprecisato.Nel libro questa “poltiglia” si rivela sorprendentemente produttiva. Determina il tipo di narrazione, singolarmente portata più dalla consistenza dello spazio che dalla scorrevolezza del tempo, ed alimenta infine l’humor che colora e deforma tutte le cose. È lo spazio a segnalare i cambiamenti, lo stesso trascorrere della durata. Ed è il senso dell’humor che plasma la “poltiglia” biancastra, ne ricava i personaggi, una rumorosa marmaglia di bambini e di bambine, di ragazzi e di ragazzette, di uomini e di donne.Marchetti finisce per tracciare una minuziosa cartografia, che partendo dal quartiere popolare dove abita, si slarga per tappe successive dal blocco abitativo alla strada, al rione periferico. Fino a segnare la scoperta dei quartieri esterni, dove dimora la borghesia, un mondo diverso negli abiti, nelle abitudini e nello stesso linguaggio.All’intreccio delle strade e dei percorsi abituali in cui si logora l’esistenza del giovane protagonista, corrisponde l’intreccio della parentela. La famiglia, seppure disunita, col padre che vive con un’altra donna e un altro figlio, e con la madre che si è data alla vita, la famiglia è assestata su un fitto numero di componenti, d’incastri, di congiunzioni. La “poltiglia” che invade ogni parte di “Gineceo”, fatta com’è di materia carnale, è fatta con fatalità anche di succo parentale. Con forza espressiva il libro di Marchetti ci testimonia la calda, spaventosa, proliferante realtà familiare di un’Italia che sta uscendo con affanno da una condizione d’arretratezza provinciale e contadina.Ma interviene l’umorismo con la funzione di un salvagente che tiene a galla, impedendo di sprofondare, d’appiattire tutto nel trionfo dell’opacità e dell’anonimo. Ogni figurina che compare è caratterizzata fisicamente e psicologicamente. Magari solo dal colore del vestitino che indossa, dalla smorfia del volto e dall’umile mestiere che esercita. Anche la fatica senza respiro di tutte queste casalinghe, a partire dalla nonna Bettina che tiene in qualche modo unita la dispersa e troppo larga parentela, anche il lavoro delle massaie viene presentato come un mestiere. Come in effetti lo è, privo di qualsiasi compenso anche semplicemente affettivo. Malgrado le acclamazioni che accompagnano i piatti della tradizione contadina che vengono confezionati per le riunioni plenarie della “famiglia-serpente”.Marchetti tende a trasformare i suoi personaggi in piccoli, domestici mostri, scodati ma non affatto innocui. Tranne due: la nonna, che svolge un po’ il ruolo di “martire”, e poi la mamma, la bella e scapestrata Viola che col suo debole per gli uomini e la sua infatuazione per i divi del cinema americano introduce un soffio di folle ariosità nell’asfissia di un mondo portato a fondo dai legami di sangue, dall’egoismo e dalla forza del sesso che infierisce come un’epidemia, senza offrire né distensione né gioia. Il protagonista se ne difende con l’esercizio dell’umorismo, ma ne resta in sostanza prigioniero. Sebbene al volante della nuova Cinquecento, non riesce a risolversi, ad accendere il motore e a scappare via.(*) Sui rapporti fra la città di Pescara ed Ennio Flaiano, Marchetti ci ha fornito una persuasiva e brillante documentazione nel suo: “Pescara: Ennio Flaiano e la città parallela”, Unicopli, Milano, 2004.

Alberto Boatto

Antonio Marchetti, Gineceo, Edizioni Il Filo, Roma dicembre 2008, pp. 123, € 14,00

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La città di Pescara è per Ennio Flaiano il luogo fisico e immaginario dell’infanzia e della giovinezza, di una mitica innocenza – che Roma presto gli farà perdere –, delle dolci estati al mare, delle amicizie consumate nell’oziosa attesa della guerra. Ma è anche il luogo del dolore, quello di un figlio che si sente rifiutato dalla famiglia.
Un padre speciale, “una specie di Grandet abruzzese, magnifico e avaro, sensuale e furbo, disonesto e sentimentale”, una “madre piangente” e infine la compagnia dell’inimicizia dei suoi fratelli.
Negli anni del distacco e della distanza Pescara crescerà come un blob organico, anticipando incredibilmente i tratti antropologici dell’italiano nuovo: “ credono ancora che la felicità sia nel darsi da fare, sia altrove.
Sono fieri delle loro conquiste tecnologiche, tutti hanno una barca a motore, tutti credono nell’arredamento”, scrive Flaiano dei pescaresi. Pescara assumerà nel tempo i tratti viventi del suo aforisma più riuscito.
La città è il laboratorio avanzato per la pratica del nuovo, del moderno, dell’incessante movimento verso il futuro.
La microstoria si concentra in un fazzoletto di centro storico, corso Manthoné, la strada in cui Flaiano è nato, a pochi metri dalla casa natale di Gabriele D’Annunzio. Ma la microstoria è anche occasione per restituire ad Ennio Flaiano le parole che spesso gli sono state rubate, parole marcate da una “abruzzesità” inconfondibile. Esse serpeggiano nelle sue sceneggiature più famose, da I vitelloni a Otto 1/2.
Ma al di là delle parole la città originaria sarà ormai incuneata nei tratti e nei gesti dell’uomo Flaiano, “uomo dolce” e “bambino cattivo”.

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L’orecchio appare qui, … un diretto corrispettivo dell’occhio albertiano. Come questo dev’essere “alato” per poter cogliere la realtà che ci scorre davanti, senza rimanerne ingannati, anche l’orecchio dell’uomo prudente deve essere fornito di una sorta di ali.

Straordinari i quattrocentocinquantatre aforismi (più trentaquattro, raccolti sotto il titolo di Altrove) di Antonio Marchetti. Un po’ simili ai cento Apologi albertiani (o alle Sentenze pitagoriche), mi azzarderei a dire, non solo per la brevitas che li accomuna, ma anche perché buttati giù in pochissimo tempo, dietro la spinta di una Musa incalzante e ispiratissima.

dalla postfazione di Alberto Giorgio Cassani.

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Finalmente l’orecchio mette le ali.

E’ senza dubbio monotematica la raccolta di aforismi di Antonio Marchetti che LietoColle ha dato di recente alla stampa. Parla di un organo sensoriale, l’orecchio, al quale non sempre è stato reso il giusto tributo, vuoi sotto il profilo letterario, vuoi sotto quello ancora più trascurato, bistrattato e spesso ridicolizzato dell’immagine.
E, in effetti, sono due volte buffe le orecchie che se ne restano pressoché immobili, impassibili a metterci “la testa tra virgolette”: di certo mancano della luce seducente dell’occhio o della sensuale morbidezza delle labbra, non hanno la tiepida estensione della pelle e, persino di fronte al naso, non fanno poi questa gran bella figura. Di tutto questo, però, “credavamo” di essere certi sino a che Marchetti non decide di tesserne l’elogio, rendendo proprio l’orecchio protagonista assoluto di una raccolta d’aforismi tra le più singolari e gustose degli ultimi tempi.
Il titolo del compendio, “L’orecchio alato”, ci mette subito sulla strada del ravvedimento sollevando ad alta quota la stima dovuta, invece, a due conchiglie di cartilagine che sono assai più di quel poco che il luogo comune ha voluto renderle. Marchetti le fa nascere a vita propria, gli presta una voce, attribuisce loro emozioni e sentimenti: il tutto, con un senso dell’ironia spigliato ed elegante, con tocchi d’ineffabile fantasia alternati, nella giusta misura, al più pratico spirito d’osservazione.
E non scorda affatto, l’Autore, di coniugare al puro e semplice organo sensoriale la sua funzione di strumento dell’udito e, dunque, di fautore dell’ascolto. Seppure miscelati in un unico contesto, orecchio, udito e ascolto si rincorrono tra una battuta surreale e una massima lapidaria, tra una sentenza tetragona ed un accenno di dolcezza poetica; per ottantaquattro pagine esenti del tutto dall’oppressione della noia.
Segue, meglio distinto, il breve capito dal titolo “Altrove”, dove gli aforismi hanno un carattere più generico ma non meno peculiare. E, per finire, la dotta postfazione di Alberto Giorgio Cassani che giustamente conferisce alla raccolta un diploma di consecutio nella classicità dell’universo aforistico.
Un libro da non perdere, insomma: per gli appassionati del genere e per chiunque voglia recuperare una quantità considerevole di spunti – ottimi – per la riflessione. Anche sul tema dell’orecchio, sì: e non potete immaginare quanti.

Anna Antolisei

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Antonio Marchetti

Tre parole su Alberto Savinio in forma d’introduzione. (1999)

(dal libro: “Alberto Savinio, intrattenimento”, edizioni Pendragon, Bologna. Testi di: Marco Biraghi, Silvia Pegoraro, Alessandro Tinterri, Claudio Spadoni

“E’ per questo felice stupore, per questo loro presentarsi inaspettate e nuove, per questo venirmi incontro come da un altro mondo, che prima di farsi amare da altri le mie opere si fanno amare da me; prima di divertire altri esse divertono me…”

( Alberto Savinio, Casa “la vita”).

Intelligenza.

Comunemente si crede che l’intelligenza sia una risorsa. Non sempre è così. La nostra contemporaneità sembra a volte preferire all’intelligenza una più confortevole, disponibile e plastica bêtise, una funzionale stupidità che ama coricarsi sul comodo letto ortopedico delle convenzioni. Anche i saperi, soprattutto se accademici, amano spesso esibirsi con quel contorno di stupidità che decora piatti circoscritti e specialistici, elaborati nella cucina della nuova retorica tecno-filologica o socio-piagnona. L’intelligenza si esercita con lo sguardo critico e, come ci ricorda Alberto Savinio, questa attitudine può essere un’ostacolo al talento, rende diversi, è condizione innaturale all’uomo, tendenzialmente vocato alla stupidità, alla smemoratezza, alla coazione a ripetere. La “cara stupidità”, ci ricorda Savinio, è degli uomini nel loro quotidiano, mentre l’intelligenza è immortale, per questo è odiata ed è considerata pericolosa dall’autorità. In Difesa dell’intelligenza (30 agosto del 1943), uno degli straordinari articoli “politici” raccolti in Sorte dell’Europa Savinio scrive: “L’autorità odia l’intelligenza, perché nell’intelligenza sente l’avversario che presto o tardi vincerà. L’autorità osteggia l’intelligenza per istinto di conservazione; ma è profondamente triste che questo odio e questa ostilità sieno ribadite dai cultori stessi dell’intelligenza; è profondamente doloroso questo tradimento all’intelligenza, da parte di chi dell’intelligenza ha fatto la sua principale ragione di vita”. “Vedere le cose che non vedono gli altri”. E’ questa la diversità. Certo, “si tratta di vedere le cose che vedono anche gli altri, ma nei momenti in cui gli altri non le guardano, e quelle dimettono la rigidità della posa, si abbandonano, respirano più tranquille” (Ascolto il tuo cuore città). Le cose vivono nell’ombra. Approfittando della pausa degli altri, del loro ritardo, della loro percezione distratta o stupidamente funzionale e avida di senso, il raggio luminoso dell’intelligenza scruta le cose che “vivono all’ombra delle sorelle ammirate”. Il minore cresce – con Gilles Deleuze diremmo che il piccolo diventa grande – e non cessa di divenir grande. Una vasta terra inesplorata si apre davanti allo sguardo “intelligente” di Alberto Savinio, e al nostro sguardo insieme al suo. Sguardo incontaminato e nuovo, che è quello di sempre, immortale e complesso e, spesso, autocastrante, difficile, inattuale, frustrante, votato allo scacco. “Eppure non riesco ad essere infelice” dice il cartello piantato da Savinio su questa terra che andiamo scoprendo negli ultimi bagliori del lungo tramonto novecentista. L’intelligenza con Savinio ci fa apparire nuove le cose di sempre. Esse sono lì, a portata di mano, di occhio. E’ la chiarità del primo mattino di cui parla Walter Benjamin nei suoi frammenti parigini: “Il nuovo si rende percepibile per la prima volta con la sobrietà del mattino”. Alberto Savinio con scioltezza ginnica passa da un’attrezzo all’altro con generosità e dispendio di energia in un’ apparente assenza di scopo. L’intelligenza, allo stato puro, ci ricorda la dépense in Georges Bataille. Puro dispendio, festa sacrificale, dilapidazione senza utilità, a parte la coltivazione dell’immortalità: “Allora, voltandoci a guardare il nostro passato, e senza più la brama di sempre nuove scoperte da fare, senza più l’ansia di sempre nuove conquiste da compiere, senza più l’assillo di sempre nuove mète da raggiungere, e soprattutto perché ora noi sappiamo che mète da raggiungere nè quaggiù ci sono nè altrove – con animo più pacato, con umore più spassionato, con occhio più calmo e più giusto noi ci voltiamo a guardare il nostro passato e ci accorgiamo con sorpresa, ci accorgiamo con gioia che dietro a noi, e quasi senza che ce ne avvedessimo, in forma di tante foreste e di tanti giardini, noi abbiamo lasciato un’opera. Che importa morire? Ormai noi abbiamo il sapore in bocca dell’immortalità.” (Tragedia dell’infanzia) Dopo è possibile, voltando lo sguardo alle proprie spalle, ricomporre un senso di vita e d’opera ma nella simultaneità di tempo e luogo l’intelligenza non ha scopo. L'”aura” dell’intelligenza è nel puro esercizio di assenza di scopo. Modificando leggermente i tratti melanconici di Alberto Savinio, allungandone gli suoi occhi in un maquillage giapponese, potremmo far parlare l’amico di Martin Heidegger, Kuki Shuzo, che nel suo libro La struttura dell’iki ci coglie di sorpresa: “L’iki ignora le mediocri certezze della realtà, osa mettere fra parentesi la vita reale, e mentre respira con distacco un’aria incontaminata si abbandona a un gioco autonomo, gratuito e disinteressato. E’ in una parola, seduzione per la seduzione”. Per Alberto Savinio l’intelligenza vale come per la struttura dell’iki in Shuzo: “Perchè l’iki appaia, si devono manifestare visivamente le caratteristiche dell’assenza di interesse e dell’assenza di scopo”. L’intelligenza , tanto per Shuzo quanto per Savinio, è arte del giardinaggio.

Dilettante.

"Souvenir Savinio"

Il dilettante è colui che fa cose per diletto, per piacere. Forzando le nuances terminologiche diremmo che dilettantistico è colui che oltre al proprio persegue anche il piacere dell’altro. Predisponendosi all’altro, al lettore, organizza l’ascolto, allestisce una scena dilettevole che presuppone uno spettatore, un testimone, incueneandolo dentro di sè e a cui vengono lanciati segnali di complicità e ammiccamento. La figura dilettantistica parte da una postazione minore e pseudomodesta per approdare ad una forma di grandezza, spesso golem incontrollabile ma, nei Grandi Dilettanti, come in Alberto Savinio, trova durata, equilibrio e formula vincente. Dilettantesco è invece l’attegiamento solitario, chiuso in se stesso, che cova nascostamente deliri di onnipotenza, con echi tardonichilistici, attraverso le sbarre delle realtà di provincia che comodamente essi stessi tendono ad autoriprodurre. Provincia e periferia sono presenti ancora solo nel genere dilettantesco essendo scomparsa ormai qualsiasi idea di centro. L’interesse per il minore ed il marginale nella modalità dilettantesca non è lo stessa di quella dilettantistica. Mentre la prima osserva il particolare con attegiamento claustrofobico e funzionale al proprio hortus conclusus, che si avvita pericolosamente intorno al proprio collo portandolo ad un pur dolce suicidio, la seconda trae dal dettaglio e dal particolare inconsueto, che ci guarda oltre ad essere guardato, un’apertura ed una ventata d’aria fresca. Il dilettantistico apre al Grande Dilettante che respira un’aria diversa, connettiva. Il corso d’acqua che egli osserva è uno dei tanti affluenti delle congetture dell’immaginario sapienziale; la pietra inerte è il rebus di un viaggio interpretativo libero e accogliente; la rovina non è il piagnisteo dell’abbandono ma è l’accettazione distaccata del tempo che consuma, che insemina dentro di sé il nuovo, recinta il passato, lasciando aperte porte e finestre, liberando il venticello leggero del vuoto, origine di ogni fondazione. A questa figura di dilettante molte cose sono consentite che ad altri appaiono barrate. Il coraggio. Vuol dire rischiare e pagarne il prezzo – il dilettante è facile bersaglio ma essendo mobile non si lascia facilmente centrare. La libertà. Si risponde solo a se stessi in quanto non si appartiene a consorterie che apparentemente facilitano e producono vantaggi e che in realtà rendono schiavi. Per il dillettante non ci sono carriere. L’anticonformismo. Nella mente, nei fatti e nei comportamenti abituali, non nella trasgressione che rappresenta l’altra faccia vacanziera del conformismo stesso. La curiosità. Nella forma di un’appetito circolare e senza pregiudizi. Lo stupore. Ove si svela l’irripetibilità tragica dell’infanzia. La superficialità. Il duro lavoro di alleggerimento e di drenaggio che fa galleggiare gli oggetti provenienti dal fondo per poi disporli nell’orizzontalità della superficie e dello sguardo, trattenendo i segni abissali e stratificati della loro provenienza. Il masso erratico e pesante che Alberto Savinio sapientemente mostra e fa galleggiare indossa l’abito della varietà e del divertimento, ripulito dalle fangosità incrostate della retorica accademica, levigato con il pudore e il rispetto del lettore che si è scelto. Spesso un’aneddoto vale più di un trattato e quell’apparente girare intorno, quel divagare incessante e saturnino, quella rincorsa che ci fa dimenticare il salto, la preparazione che divora il risultato, la ricetta senza più la pietanza, il viaggio che dimentica da qualche parte la méta, quel cominciare prendendola sempre un pò alla larga non rappresentano altro che la predilezione verso il passeggiare con chi ci legge, mano alla mano o a braccetto, come vecchi amici che vogliono perdere tempo. Non è tempo perso, almeno per coloro che credono ancora nell’amicizia, ma è il tempo che si vuole perdere. E’ un differire, un sostare, aprire una pausa musicale, un vuoto, come la musica prodotta dal violino e l’archetto sospesi a mezz’aria in una delle stanze di Casa “la vita”. Operare sul vuoto, aprirsi un vuoto, un riposo. Sospendere, nel significato anche spaziale. La vuota superficialità del dilettante è il profondo nello stile della leggerezza e del distacco. “La tragedia è già alle spalle” ci ricorda Savinio. Prendo in prestito la parola ozieggiare dal mio concittadino Ennio Flaiano, anche lui con la testa melanconicamente appoggiata sulla mano, e che definisce perfettamente l’attività del dilettante. La dilettevole divagazione dell’antico otium – ho davanti a me questi tre ritratti di oziosi melanconici, assai simili, di Savinio, Benjamin e Flaiano, tutti con la testa pigramente appoggiata sulla mano come nello scomparso ritratto del Dr. Gachet di Vincent Van Gogh – trova in Savinio una straodinaria attualizzazione. Ma ozieggiare, secondo una naturale legge di reciprocità, è anche la nostra attitudine di lettori, che non abbiamo nulla da chiedere se non un piacevole e disinteressato intrattenimento. Il Grande Dilettante è divoratore di libri, osservatore di luoghi, conoscitore di lingue e viaggiatore di parole, connettore di saperi, presenza invisibile pur plasticamente stagliata e ben in evidenza. Positivo, progettuale, capace di ricominciamenti, di ristabilirsi in luoghi diversi e di ritrascrivere le proprie coordinate in nuove mappe di navigazione, il dilettante è sempre a casa in qualsiasi luogo perchè casa è la vita. Mobile, inconsueto, paziente, fiducioso, illuminato dalla speranza, costruttore. Costruttore tra le rovine: “Giro tra le rovine di Milano. Perché questa esaltazione in me? Dovrei essere triste, e invece sono formicolante di gioia. Dovrei mulinare pensieri di morte, e invece pensieri di vita mi battono in fronte, come il soffio del più puro e radioso mattino. Perché? Sento che da questa morte nascerà nuova vita. Sento che da queste rovine sorgerà una città più forte, più ricca, più bella. Fu allora, Milano, che in silenzio, tra me e il tuo cuore, ti feci la mia promessa. Tornare a te. Chiudere in te la mia vita. Tra le tue pietre, sotto il tuo cielo, tra i tuoi conchiusi giardini. Amen.” Sono le parole conclusive di Ascolto il tuo cuore città pubblicato nel 1944. Ma le ultime tre righe di questo libro amico di vita, quasi nella forma di un’epigrafe, sono queste: “Sopra il portone del numero 30 di via Brera, questa insegna: Impresa Pulizia Speranza. Che aggiungere? E’ detto tutto.”

Intrattenimento.
Passeggiare, divagare, leggero conversare. L’intrattenimento appartiene, leopardianamente, all’arte della giocondità della vita inutile, un passatempo, un far passare il tempo. In ambito musicale, e Savinio certamente lo ha mutuato da qui, significa agire da sottofondo. Si ascolta ma si può divagare, si può fare altro, si può conversare, non si è dominati da coercizione alcuna, non siamo obbligati dalla trama consequenziale della rete del senso, possiamo distrarci, possiamo sospendere. Un lungo intervallo scandisce l’orologio dell’intrattenersi. Un giorno vuoto è incuneato nella settimana dell’agire e delle méte da raggiungere. L’intrattenimento musicale presuppone una varietà di generi, un saltellare da un tema all’altro e soprattutto un dilettare. Un buon intrattenitore sa scomparire. Ci accorgiamo subito cosa Alberto Savinio vuole da noi: trattenerci. Vuole ritardare, differire, prolungare. Sono le esperienze legate ai giochi d’infanzia, alla favola continuamente ripetuta e diluita in brodi diversi che allontanano il congedo rappresentato dal sonno, la nostra piccola e deliziosa morte quotidiana. E’ la dolce richiesta che tormenta l’adulto costringendolo fino allo sfinimento a soddisfare il desiderio di lentezza e dilatazione del tempo nell’immaginario infantile. Tutti abbiamo detto: ancora… ancora, dimmelo ancora! E’ questo desiderio che Alberto Savinio soddisfa nel lettore, non prima di aver soddisfatto se stesso, perché solo chi sa divertire e intrattenere se stesso può divertire e intrattenere gli altri. Trattenere vuol dire anche conservare e Savinio vuole conservare il suo rapporto con l’altro e con se stesso attraverso l’arte del divertimento e allontanare fin quanto è possibile l”abbandono, il congedo, il libro chiuso, la morte. Si ride, certo, leggendo Savinio, attraverso le sfumature del comico, dell’ironia, del sarcasmo, del paradosso, della parodia e del tragico. In effetti l’arte dell’intrattenimento è una figura del tragico. L’intrattenimento è l’arte del differimento della morte. Scrive Savinio nell’introduzione a Casa “la vita”: “Non da ora solamente il pensiero della morte mi pulsa insistente nel cervello. Era forse il 1922 che un nostro amico parlando di me a mio fratello gli domandò: ‘Perché sempre così triste?’. Da questo ricordo io deduco che già nel 1922 io pensavo alla morte. Che dico? Molto prima certamente. Tronchiamo gl’indugi: ho cominciato a pensare alla morte quando ho cominciato a pensare.” […] “Pochissimi sanno morire. Starei per dire: pochissimi uomini; perché morire è un atto di energia che da pochissimi è compiuto come tale (…) Si tratta invece di arrivare alla morte trionfalmente, come la capitana di un’armata vittoriosa che entra nel porto a bandiere spiegate”. La morte, per Savinio, è condizione familiare, la più “maestosa” delle condizioni pronta ad offrire qualche “passaggio segreto”. Forse il passaggio, o lo stratagemma, è il narrare, l’intrattenere. Come in Sherazad, nelle Mille e una notte, che deve affrancarsi la vita ogni giorno raccontando novelle al sultano Shahriar, o come la reiterata sfida a scacchi con la Morte che il Cavaliere del film di Igmar Bergman Il Settimo Sigillo deve accettare se vuole vivere, la morte, per essere davvero compresa , chiede un prolungato e giocoso intrattenimento perché alla fine, come ci ricorda Martin Heidegger, la vera morte è al di là di ogni morire.

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"La lentezza del single" e "Naufragi"